ELFO PUCCINI: A Milano Elena Russo Arman è Emily Dickinson tra parole e musica

Lume di candela. Filamenti luccicanti e giochi d'ombra. Passi felpati e moti di danza. In "La mia vita era un fucile carico", di scena fino al 23 aprile all'Elfo Puccini di Milano, Elena Russo Arman entra nel mondo e nell'anima della poetessa americana Emily Dickinson.

I capelli raccolti. Il lungo abito avorio, quasi una camicia da notte riesumata da un armadio in noce tarlato. Una scala a pioli si dipana dall'alto, tra una pioggia di lampadine: è sogno, fuoco, declino. La scenografia semplice, bianca come un paesaggio innevato (una scrivania, due casette, un cassetto) è evocazione di una vita inchiodata a un ambiente asfittico, a un'educazione puritana, di fronte a una poesia metafisica. Oggetti carichi di pathos. L'incontrastabile forza della natura. Il senso d'attesa e una speranza d'eternità. La smania di fuga. L'impossibilità di uscire dall'isolamento. L'interiorità. L'inquietudine.
Non un esercizio di stile, ma un lavoro in cui il pubblico stesso è chiamato ad assumersi delle responsabilità. Ad attivare l'opera, riempiendola di significati.

Con notevole carisma interpretativo Elena Russo Arman risuscita una figura atipica e rivoluzionaria. Esprime l'affascinante potenza delle sue liriche.
È raro che uno spettacolo restituisca in maniera così nitida la biografia e la poetica di un artista, senza neppure ricorrere alla narrazione. Emily Dickinson rivive attraverso una messinscena fatta di simboli e allusioni. Sembra una mostra, un'installazione. Voci fuori campo come ossessioni. Duetti dalla mimica stravagante. Tuffi surreali. Stanze, dove la Dickinson si manifesta una e molteplice: il rapporto con Dio; gli affetti e le amicizie; le relazioni familiari; i nessi con la natura.

È lo spirito di un'epoca remota. Sono parole tratte dalle poesie e da qualche lettera: danzate, urlate, sussurrate, distillate, amplificate. Le parole sono luce ed energia, seme e impulso vitale. Si fondono con la musica come una lega incandescente di metalli. Quando si raffreddano, hanno la solidità tagliente di un vomere che rivolta la terra.

Le note alla chitarra elettrica di Alessandra Novaga, che giostra con archetto e batteria, sono l'accompagnamento graffiante a una letteratura dalla forte carica emotiva ed eretica. Suoni naturali e domestici. Esperimenti di cordicelle, chicchi di riso, catene e zimbelli, ronzii di mosche e mormorii d'ape: tutto dialoga con la potenza ebbra della chitarra.
Il rock venato di punk di Novaga, ora delicato, ora aspro e ruggente, è il nudo contrappunto a una drammaturgia onirica. La voce di Russo Arman si confonde con le note.
Le note entrano nella partitura drammaturgica.

Oltre la banale ricostruzione filologica di un'epoca e delle sue atmosfere fumose, affiora un linguaggio che supera lo spazio-tempo e rivela tutta la sua modernità. Guaiti, duetti, piroette di suoni. Gesti puliti ed escursioni liriche. Nel monologo fa capolino una luce tenue dispensatrice di vita. Prevale la notte, sinonimo di morte e malinconia, mistero e vaghezza. La luce argentata richiama una conoscenza razionale di tipo illuministico, limitata alle apparenze e in definitiva deludente. Il buio rappresenta invece una conoscenza esoterica e mistica.
Vita e morte si contemplano, parti di una realtà superiore a quella visibile. Eppure, nell'intimo ripiegamento di silenzio e solitudine, emerge un'ansia di libertà capace di superare le pareti entro cui Emily visse da autoreclusa. Sono singolari reti d'immagini, metafore, simboli ricorrenti in una possente invenzione mitopoietica che fa di questa poesia una sorta di moderna cosmogonia.
E anche a noi, nella partitura di note e vocalizzi spasmodici, si accelera il sangue e frulla il cervello.

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