ELFO PUCCINI: If I can stop: l’inventario assente di Emily

Da qualche parte, tra i solchi della terra insipida solo per chi non riesce a vedere, c’è il rintocco di Emily. Una permanenza avida e già ritratta, il petto dell’uccellino che ansima subito dopo il mormorio dell’ape. Quella musica che allarga le mura del giardino paterno, che nei tramonti sorregge una sovranità poetica dove tutto vibra senza proclami.

Nell’adattamento scenico di Elena Russo Arman, che in La mia vita era un fucile carico veste il candore della poetessa di Amherst, c’è anche il ritorno della musica sapiente, mai smodata né aliena, di Alessandra Novaga. Elettricità di impulsi come improvvisazione del verso che si fa guaina di velluto e piena inclemente verso chi non sorride. La verità è soltanto del sogno e del suo accecamento il lampo degli enigmi, dei piccoli gesti, dell’invocazione a Susan e a quelle colline che, come i cani, giacciono e sanno senza dover parlare.

La mente mai indulgente ai languori di Emily Dickinson coltiva la geometria rarefatta in cui si anticipano volontà oltre la fine, coscienze e simboli di un silenzio dove non si contano i tonfi del buio notturno o la natura leggiadra, ma le assenze. L’essere fintamente sepolta dietro un’aura di poetessa ottocentesca gravida di cenere e orpelli: l’inventario di Emily è assente da qualsiasi dichiarazione voluttuosa. Il teatro delle ombre di Russo Arman fa rincorrere la sua sagoma da una farfalla gigante che, come il colibrì, assaggia l’anima «richiamata» di un’osservatrice. Perché è solo osservando che interviene la magia che «scoperchia il cervello» e fa elevare l’atto poetico.

In scena sopravvivono i confini naturali di Emily, il discernimento di chi ha un’arma sempre carica: il pizzicato della chitarra elettrica evoca lo straniamento delle compagnie che vanno e vengono, le visite e le spedizioni di lettere a Higginson, il grido austero del padre, la candela che, come una liana di lampadine sospese dal traliccio, cerchia di luce solo il passo breve di quel volto chiuso in una scatola imbiancata.

Vincere per Emily è forse riabilitare nella parola e nello spasmo una immane e piccola vita che non abbraccia l’eclissi chiamata Dio. Servono una circonferenza da tracciare con una corda luminosa e una mossa di chitarra più violenta quando l’incendio divampa. L’incanto convive accanto alla porta chiusa dell’unica casa abitata, alla testa che vorrebbe imparare «l’ebbrezza dalla pena». Non c’è modo, invece, di classificare la natura, perché la bellezza getta per prima il suo calco e, ancora una volta, bisogna essere in grado di vederlo.

Gli occhi accennano al bisogno d’essere riconosciuta, ma il dolore precede con abilità da ladro: il mistero è inattingibile. Emily sale verso il cielo di un teatro che porta alla verità dell’apparenza, che aspira al sogno e smentisce la salvezza dei ricordi. Una veste bianca e una tomba ad Amherst come memoria della poetessa vigile alla finestra, la scarpina dorata di Szymborska e l’ultimo atto della tragedia. “Richiamata” come si vorrebbe levare il capo dalla trincea, come darebbe segno di resistenza il verso che non muore nel puro caso di un giorno o della melodia che ne carezza la fuga:

If I can stop one heart from breaking,
I shall not live in vain;
If I can ease one life the aching,
Or cool one pain,
Or help one fainting robin
Unto his nest again,
I shall not live in vain.

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