ELFO PUCCINI: I versi di Emily Dickinson e la rappresentazione necessaria

Teatro e poesia nascono insieme, meglio, all'unisono. Perché suonano insieme, e il suono della parola e quello della voce dell'attore coincidono. I tre grandi tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, compaiono nelle vecchie edizioni della Britannica, al pari del loro insuperabile successore Shakespeare, con la definizione "poeta". La tragedia è solo in versi, soltanto la poesia può consentire la rappresentazione teatrale cosmica, a quel livello conoscitivo e a quella temperatura. Thomas Eliot il grande poeta del Novecento ci ricorda chiaramente che tre sono i generi della poesia, b origine: tragica, epica e lirica. E non casualmente affianca alla sua opera poetica il teatro.

Pochissimi poeti lo seguono: Luzi, e chi scrive queste righe. Le vie della poesia e del teatro sono da secoli scisse. Con poche eccezioni: Goethe, Byron. Il poeta moderno è quasi esclusivamente lirico, modello petrarchesco. Lontano dall'origine, dove poesia e teatro combaciano: Omero narrava, portando al massimo livello una tradizione orale; i lirici greci, come indica il termine, recitavano accompagnandosi con le corde della lira. Fare teatro di poesia, mettere in scena la poesia, è necessario: non solo con le opere di Shakespeare o dei tragici, dove lo spettatore non se ne accorge, e spesso il regista non ne ha avuto il sospetto. Ma anche quando la poesia messa in scena nasce lirica, modernamente pensata per la pagina scritta e la lettura in silenzio. C'è una coraggiosa e nobile tradizione in tal senso, poeti lirici recitati da attori sul palcoscenico, da Bruno Ganz a Albertazzi a Carmelo Bene. Poi esiste un lavoro di poesia che diviene drammaturgia, intendo Tizzi e Lombardi, o Cauteruccio-Krypton. Più sottile ancora, più subliminale. Per non parlare del capolavoro di Ronconi, L'Orlando furioso.

La mia vita era un fucile carico è il lavoro teatrale di Elena Russo Arman (regista e protagonista), montato con rigore su poesie di Emily Dickinson, la famosa poetessa americana dell'Ottocento. Il lavoro è serio, merita rispetto, ha fondamenti reali. La musica di Alessandra Novaga è pertinente, intelligente, forte, cercante e a tratti trovante quella vuota, vibrante e elettricità di quel poeta dell'assenza che fu la Dickinson. Autrice però di una poesia poco adatta al teatro, perché terrorizzata dalle immagini (prova della vita, della carne), vestita di bianco anche nelle pagine... E credo che la regia avrebbe dovuto tenere conto di questo aspetto, non limitando gli interventi al sonoro, alle discrete luci, ma costringendo la coraggiosa interprete a uscire da un recital in fondo tradizionalmente attoriale. Con una vera, drastica operazione drammaturgica. Un discepolo di Ronconi avrebbe evidenziato meglio i silenzi, che segnano la realtà del verso. I versi non possono essere solo recitati, devono essere musicati nello spazio. O un grande come Cauteruccio avrebbe fatto uno spettacolo filmico, incisivo e più potente a livello subliminale. Ma Cauteruccio non avrebbe scelto la Dickinson: o l'agonicità contro il nulla, Beckett, o il pulsare cosmico e emorragico del sangue, Campana, forse Whitman. Fatte queste osservazioni, lode a Elena Russo Arman, a Alessandra Novaga, e al teatro dell'Elfo responsabili e autori di uno spettacolo contro tendenza.

Uno spettacolo che parla altamente, nobilmente dell'assenza, traverso grande poesia, in un tempo in cui la poesia è assente in troppi settori della vita, e l'assenza non è più percepita come tale. L'assenza è vita quando è sentita come mancanza.

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