ELFO PUCCINI: La forza dirompente della poesia. La mia Emily Dickinson a teatro

Visse, si racconta, in «reclusione volontaria» nella Homestead, la casa paterna, dal 1886 all'anno della sua morte. Tranne due soli viaggi (a Washington e a Filadelfia) il suo orizzonte fu Amherst e solo Amherst. Scrisse migliaia di poesie che non volle mai stampare: le cuciva con un filo bianco in fascicoletti. La circondarono persone mediocri e di idee ristrette. Eppure non provò mai a fuggire da quel piccolo paese non molto lontano da Boston, e nei suoi versi non vi è eco di malinconia né di rimpianto. La sua vita fu un'affermazione di solitudine inesorabile: «Questa è la mia lettera al mondo / che non scrisse mai a me». A Emily Dickinson (1830 – 1884) e alle suggestioni della sua poesia è ispirato il bello spettacolo di e con Elena Russo Arman, «La mia vita era un fucile carico (Being Emily Dickinson)» in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano fino al 23 aprile.

L'attrice e regista duetta sul palco con la chitarra elettrica di Alessandra Novaga, che intesse intrecci e potenti intagli sonori sui quali le parole di Emily Dickinson danzano ora urlate, ora sussurrate o cantate. Astratta dai soffocanti conformismi borghesi dell'America ottocentesca che ne imbrigliarono la vita, la lirica della Dickinson mostra tutta l'impressionante modernità del suo linguaggio. «Volevo allontanarmi il più possibile da una ricostruzione filologica – spiega Russo Arman – ed essere libera per esempio di evocare i suoni della natura o le sonorità domestiche. Con questi presupposti Alessandra ha iniziato a muoversi con grande libertà d'azione nell'uso di effetti e oggetti sulla chitarra elettrica, come cordicelle, chicchi di riso, catene, richiami per uccelli». Al centro del palco una fila di lampadine pende dal soffitto a simboleggiare «la forza dirompente delle sue parole che si fa energia pura, emanazione di luce nella ricerca continua di risposte e punti di contratto tra la vita terrena e l'immortalità. Non posso pensare a Emily – prosegue la sua interprete – senza avere in mente tutte le parole che girano intorno all'idea di luce, nella sua opera». Partita da una stanza per spazi e destinazioni inimmaginabili, la poesia di Emily Dickinson, riflette Russo Arman, «ci illude con una rivelazione vicina, poi ci ributta nell'oscurità dell'ignoto, spesso con grande lievità, e meraviglia quasi infantile».

In scena l'attrice ha i capelli raccolti e indossa un abito quasi monacale, bianco. «L'avevo indosso quando ho attraversato il giardino della casa di Emily – ricorda Russo Arman -, ad Amherst, in Massachusetts, e ho passeggiato nel cimitero in cui è sepolta accanto alla sorella e al padre. Una esperienza che ha avuto molto a che fare con il lavoro di attrice, l'indossare una maschera e sentirsi parte di un universo, prima solo immaginato e poi totalmente sperimentato. È stato un gioco fatto per il puro piacere dell'immaginazione: ma l'abito bianco mi ha costretto a un contegno e a un rigore inaspettati e presto la segreta eccitazione per il travestimento si è tramutata nella consapevolezza di una diversità. Essere Emily Dickinson vuol dire compiere una rivoluzione silenziosa tra le mura di una casa, sapere che dal Nulla c'è da aspettarsi di tutto».

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