ELFO PUCCINI: La discesa di Orfeo. Ovvero provocatorio irregolare scandaloso Tennessee

Provocatorio, discusso, irregolare, scandaloso Tennessee Williams. A centouno anni dalla nascita e a quasi trenta dalla sua morte, il grande autore americano non sarà più messo all'indice ma sicuramente fa ancora discutere. Lo testimonia La discesa di Orfeo, uno dei suoi ultimi testi in questi giorni in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano: Williams può essere ancora un autore che divide, ma per quelli come chi scrive che l'hanno vissuto come un compagno di strada più adulto, affascinati non solo dai suoi personaggi ma anche dalla violenza emotiva, sensuale, dall'inquietudine di un mondo, certo è stato l'America ma con un volto amaro, meno vincente, dove le storie, le campagne, le città sembrano prese in ostaggio dai lati più inquietanti della vita e del vivere civile: il razzismo, le malattie che non possono essere nominate, le mutilazioni sessuali, quel desiderio fatale e a suo modo insopportabile che ferisce il grembo delle donne e degli uomini, quella inspiegabilità del proprio destino che ognuno porta in sé… anche questo è Williams.

Qui l'Orfeo di cui si parla non è il poeta cinto d'alloro che scende nell'Ade per riportare alla luce la sua Euridice ma un vagabondo, Valentin detto Val, un piccolo avventuriero sciupafemmine che vive alla giornata portando con sé solo la sua chitarra e la sua giacca di pelle di serpente (a proposito: non trovate che l'idea di questa giacca sia già di per sé fantastica?) e che fa nascere il desiderio dell'amore e della vita in una donna non più giovane, sanguigna, passionale, vendicativa chiamata Lady, di origine italiana ,una diversa anche lei che ha vissuto sul proprio corpo l'ostracismo della comunità codina che le ha bruciato vivo il padre, moglie di un possidente vecchio, malato, odioso e perfino assassino come si scoprirà. L'uno e l'altra due vittime predestinate del pettegolume, del finto perbenismo, della violenza più sordida, del razzismo di un mondo chiuso. Un mondo dove Val, un angelo carnale, che sa leggere ciò che si nasconde dietro gli occhi delle donne, la forza in grado di risvegliare i loro desideri, conosce la generosità del sacrificio e forse per la prima volta l'amore.

È su questo mondo che si è chinato Tennessee Williams e che arriva fino a noi così simile a un blues disperato, come una folata di vento caldo, destinato a trasformarsi in fuoco, a bruciare tutto. Oggi questo testo mai rappresentato sulle nostre scene ma che ha avuto una ben più vasta notorietà cinematografica (come dimenticare Pelle di serpente di Sidney Lumet con uno straordinario Marlon Brando e una grande Anna Magnani?) approda sul palcoscenico del teatro milanese, con la regia di Elio De Capitani, tenuta sul filo del rasoio di una riedizione nervosa, contemporanea, cinematografica. L'idea drammaturgica da cui parte il regista è quella di smontare e rimontare il testo quasi dilatandolo, partendo da un flash back iniziale dove si ricorda qualcosa che è già avvenuto, e dove poco prima, in un luogo imprecisato, degli attori si sono riuniti per provare La discesa di Orfeo guidati da un regista, il nervoso, sensitivo Cristian Giammarini che fa da filo rosso alla vicenda, che guida e dà le battute agli attori, ai quali viene affidato anche il compito di dire le didascalie che diventano di fatto un testo nel testo, un personaggio nel personaggio.

Operazione intelligente che è quasi un omaggio a Fassbinder, mito di De Capitani del quale l'Elfo ha messo in scena i testi più discussi quando non proibiti perfino nella sua terra d'origine. Quello che ci appare nella scena, come sempre significativa – pur nella sua semplicità – di Carlo Sala (suoi anche i costumi), è dunque uno spaccato di vita che si sviluppa su piani diversi, un sopra e un sotto, dall'andamento cinematografico in cui talvolta si inserisce una nota di distanziazione brechtiana. Dentro questa violenza mai raggelata ma emblematica, dove lo straniero è un pericolo, gli attori si muovono del tutto in sintonia con il disegno registico.

Con i capelli rosso fuoco, nel suo abito nero, nel suo desiderio di provocazione ma anche e soprattutto di vita, nella mentalità affaristica della protagonista Lady, Cristina Crippa fa vibrare una corda segreta, tutta sua, molto umana. Edoardo Ribatto (Val) che a ogni spettacolo troviamo sempre più maturo, si impone in palcoscenico con una forza sorvegliata e tenace. La giovane ricca, infelice, drogata, ubriacona, tipico personaggio di Williams è la brava Elena Russo Arman e molto giusta ci è sembrata la Vee di Corinna Agustoni, improvvisamente consapevole dell'orrore della propria insulsa vita, così come le due signore fintamente perbene di Sara Borsarelli e Carolina Cametti. Quasi crudelmente demoniaci il vecchio, moribondo Jab di Luca Torraca e l'infermiera virago "fassbinderiana" di Debora Zuin. Funzionale nella sua stolida violenza Marco Bonadei e inquietante nel suo ruolo di difensore di quel nido di vipere lo sceriffo di Federico Vanni, che nelle repliche future sarà interpretato dallo stesso De Capitani.

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