ELFO PUCCINI: L'angelo carnale. Intensa regia di De Capitani per «La discesa di Orfeo»

TENNESSEE WILLIAMS PER NOI È STATO L'AMERICA. UN'AMERICA FUORI DAGLI SCHEMI TRIONFALISTICI, AMARA, VIOLENTA, INQUIETA, TANTO QUANTO LUI ERA PROVOCATORIO, IRREGOLARE, BORDERLINE.
Un'America razzista, beghina che nei suoi testi si rispecchia soprattutto nelle città, nelle campagne del sud: calore e sesso e i lati più inquietanti del vivere civile a partire dalla sopraffazione del più debole, del diverso per colore della pelle o per abitudini sessuali. La discesa di Orfeo, pièce mai rappresentata in Italia ma di vasta fortuna cinematografica (Pelle di serpente di Sidney Lumet con Brando e Magnani, magnifici) in scena all'Elfo Puccini ci ripropone quei suoi personaggi segnati, come i blues amati dall'autore, da una tristezza segreta, spesso impotenti nei confronti della irreversibile fatalità del proprio destino che ognuno porta con sé con una forza e una verità formidabili. Merito della regia profonda, sensibile, «innamorata» di Elio De Capitani che ha conferito al testo una tensione e una scansione cinematografica contemporanea, smontandolo e rimontandolo, inserendoci un flash back iniziale dove ci si dice di qualcosa di terribile che è già avvenuto e dove una compagnia di attori si è riunita poco prima per provare a tavolino La discesa di Orfeo guidati da un regista irritabile (lo interpreta il bravo Christian Giammarini) che è il filo conduttore di tutta la vicenda: tocca a lui guidare e dare le battute agli attori ai quali affida anche il compito di dire le didascalie trasformate non solo in un testo nel testo ma anche in un personaggio nel personaggio.

L'Orfeo del titolo che qui si chiama Val non è un poeta: è una specie di angelo carnale, che vagabonda con la sua chitarra portando in giro la sua sensuale strafottenza, la sua giacca di pelle di serpente, la sua capacità di leggere ciò che si nasconde dietro gli occhi delle donne. Sarà lui - lo pagherà con il proprio sacrificio -, a fare nascere il desiderio, l'amore in una donna di origini italiane non più giovane la passionale, vendicativa Lady che ha subito il razzismo di una società che non accetta chi non le somiglia, che le ha bruciato vivo il padre insieme alle vigne, moglie di un possidente violento e vecchio, malato che - si scoprirà - ha partecipato all' orrenda spedizione punitiva. Due vittime predestinate della violenza inestinguibile di questo mondo chiuso ma anche di una passione che è come un vento caldo che si trasforma in fuoco e brucia e cancella tutto.

Nella scena a due livelli, drammaturgicamente significativa di Carlo Sala che firma anche i costumi, si rappresenta dunque una tragedia moderna che si snoda su piani diversi in un continuo dentro e fuori che richiede, nei momenti culminanti agli attori, su input del regista, una distanziazione quasi brechtiana. Con i capelli rosso fuoco, vestita di nero la Lady di Cristina Crippa rivela con sensibilità una carica molto umana di profonda disperazione. Edoardo Ribatto che è Val, gioca con bravura sulle corde di una tenerezza scontrosa, Elena Russo Arman che è una giovane donna ricca, viziata, drogata, alcolizzata è visceralmente in sintonia con uno di quei personaggi femminili chiave nel mondo di Williams come lo è la Vee di Corinna Agustoni, donna che improvvisamente scopre l'orrore della propria insulsa vita che ha i suoi esempi nelle due signore fintamente per bene di Sara Borsarelli e Carolina Carmeti. Crudelmente demoniaci, da teatro espressionista, il marito di Lady, vecchio e moribondo (Luca Torraca) e l'inquietante infermiera di Debora Zuin. Funzionale nella sua stolida violenza Marco Bonadei e perturbante nel suo ruolo di difensore di quel nido di vipere lo sceriffo di Federico Vanni che, dopo il debutto, è stato interpretato dallo stesso De Capitani. Da vedere.

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