ELFO PUCCINI: "La discesa di Orfeo" amore e morte negli Usa

Dopo il successo nella passata stagione di «Improvvisamente l'estate scorsa», Elio De Capitani firma la sua terza regia tratta da Tennessee Williams e all'Elfo porta in scena un altro capolavoro del grande drammaturgo americano, inedito in Italia: «La discesa di Orfeo», che non solo non delude ma si candida anche come una delle migliori pièce del nuovo cartellone.

Lo sfondo è l'America in crisi dei Trenta, alle prese con il proprio sogno infranto di modernità e ricchezza: la storia è infatti ambientata nel profondo sud degli Usa, dove i protagonisti conducono vite squallide e monotone tiranneggiate dalla cricca di Jabe Torrance, signorotto locale affetto da una grave malattia e per questo ancora più spietato. Sua prima vittima è la moglie, Lady, donna dalla bellezza ormai quasi sfiorita e che conduce un'esistenza di rancori sopiti contro il marito, sposato solo per convenienza dopo un dramma personale in gioventù. A spazzare via la stasi arriva un giovane forestiero, Val, che diviene immediato oggetto di desiderio delle donne della comunità. A cominciare da Carol, una scapestrata amante dei party che cerca di riportarlo «sulla strada».

Val le resiste preferendo l'infelice e rabbiosa vitalità repressa di Lady, che lo prende come commesso (e amante) nel negozio di scarpe all'insaputa del marito. La comunità locale, formata da maschi bianchi gretti e razzistoidi, reagisce con durezza, e quando Lady scopre che Jabe ha avuto una parte importante nel suo dramma di gioventù, cerca di usare Val per vendicarsi fino alla tragedia finale.

Grazie all'onirica ma vibrante regia e all'ottimo lavoro degli attori della compagnia, guidati dall'inquietante Lady (Cristina Grippa), «La discesa di Orfeo» riconferma l'attualità dello sguardo acuto e disincantato di Williams, capace come pochi di raccontare la lacerante complessità di una società allo sbando, che per crescere ha dovuto abbandonare la propria selvaggia libertà andando incontro a un mondo di brutture schiavo del denaro e del potere, privo di quella «barbara dolcezza» che rende la vita degna di essere vissuta.

.