ELFO PUCCINI: «La discesa di Orfeo» in Italia, un cammino lungo dieci anni

Chi ha paura di Tennessee Williams? Certo non il regista Elio De Capitani. Che, dopo Improvvisamente l'estate scorsa e Un tram che si chiama desiderio, affronta un dramma fino a oggi inedito sulle scene italiane, La discesa di Orfeo. Un testo del 1957 al quale Williams mise mano più volte (la primissima versione si intitolava La battaglia degli angeli e venne prodotta nel 1940), che due anni dopo sarebbe diventato un film di Sidney Lumet, Pelle di serpente, con Anna Magnani e Marlon Brando.

Lo spettacolo, una miscela di passione e morte, desiderio di libertà e conformismo sociale, intolleranza e pregiudizio, debutta martedì al Teatro Elfo Puccini, dopo la prima nazionale dello scorso luglio al Festival di Spoleto.

«Sono dieci anni che penso a questa Discesa, che ci litigo, che ci lotto - racconta De Capitani -. È un testo molto trascurato per le sue difficoltà. Ha una coralità che necessita di un grande cast, e anche le parti minori richiedono attori forti. Non è facile mettere insieme un gruppo con queste caratteristiche. Scoprire man mano gli elementi che potevano comporlo è stato un lavoro impegnativo. Ma quando siamo riusciti a mettere insieme tutti i tasselli... beh, è stata una sorpresa. Come trovare una pepita d'oro nel fango». Attraversato da un sovraccarico di impulsi e sentimenti, il dramma ha come sfondo una piccola città nel profondo sud dell'America dove nulla sembra mai cambiare. Fino a che non irrompe Val (Edoardo Ribatto), vagabondo di spietata bellezza con chitarra e giacca di pelle di serpente, che intreccia una relazione con Lady Torrance (Cristina Crippa), una donna più anziana di lui intrappolata per anni in un matrimonio senza amore. La «scandalosa» passione che divampa tra i due e il loro sogno di felicità scatenano nella ristretta comunità una violenza feroce. «La strana modernità mista al primordiale che stiamo vivendo - spiega De Capitani - ci fa assomigliare sempre più all'America di molti anni fa. La tenacia dei personaggi di Williams, la loro disperata voglia di vivere nonostante tutto, sono qualcosa che ci riguarda. Non accade forse nella vita quotidiana? Non capita a tutti di ricevere dei colpi dai quali sembra di non potersi riprendere? Il teatro è anche questo: un condensato, un "grumo" che, facendoci rivivere quegli affanni, ci aiuta ad affrontarli, ad elaborarli». Quello che lo attrae in Williams, continua De Capitani, è «quel groppo di viscere e destini che rimanda ai greci». E all'oggi. «La spietata Belle Epoque al tramonto in cui ci siamo risvegliati scoprendoci ridotti all'osso, privi cioè di quelle "coperture", benessere e protezioni sociali, che fino a ora ci hanno salvaguardato da quei noi stessi primitivi pronti a esplodere da un momento all'altro, ci ha mostrato la palude nera a due passi da noi».

Altri Williams in vista? «Morte di un commesso viaggiatore si adatta perfettamente ai nostri giorni: è un progetto in cantiere. Mentre è già pronto Frost/Nixon (pièce di Peter Morgan incentrato sulle interviste tv che l'ex presidente Usa rilasciò sullo scandalo Watergate al giornalista David Frost, ndr): io e Ferdinando Bruni ci sfideremo nell'autunno 2013».

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