ELFO PUCCINI: La potenza dell'acrobata

Dopo tanti anni in questo paese, forse per la prima volta, vedo che qualcuno pensa a noi, noi bambini, noi piccoli, noi che ci siamo trovati a vivere e a convivere con il rumore degli spari, a sentire i nostri genitori parlare sotto voce perché il vicino non era più tornato a casa. Noi che abbiamo resistito, lottato, pianto, riso e amato in quegli anni: ci chiamano "los ochenteros" e qualche giovane figlio di quell’epoca, gli anni ‘80, non solo è morto fisicamente, ma muore ogni giorno che una ingiustizia in qualsiasi parte di questo maledetto mondo che inventa ogni giorno guerre e guerre, senza mai pensare che tutta quella impotenza che un bimbo accumula, ci porta a José, José Valenzuela Levy. Lui e tanti altri come lui, che vivi o morti hanno dentro di sé la rabbia di essere stati derubati della giovinezza e della bellezza della vita, ma chi è sopravvissuto mai e poi mai dimenticherà i nostri eroi. L'acrobata rispecchia il nostro dolore, il nostro vissuto. È soprattutto importante per chi ha dimenticato e chi non sa quanta vita c’è dietro la morte.
(Carmen Cecilia Figueroa Vargas)

Quando, a dicembre, ho letto la presentazione del nuovo lavoro in preparazione all’Elfo con la regia di Elio De Capitani, ho subito pensato che avrei dovuto vederlo e avrei dovuto farlo con Carmen, la donna che ha scritto le righe qua sopra. Lei è cilena, vive da molti anni in Italia, è piena di energia e ogni volta che ci incontriamo tira fuori aneddoti e grandi rivelazioni. Come quella che mi ha raccontato mentre aspettavamo che la sala Fassbinder del teatro milanese aprisse le porte.

Ma andiamo per ordine. L’acrobata è uno spettacolo scritto da Laura Forti, vi si narrano le vicissitudini di una madre e di suo figlio. Lei (in scena Cristina Crippa) è arrivata bambina in Cile per scappare dall’Italia che emana le leggi razziste del regime fascista. In fuga come il nonno, fuggito dalla Russia zarista ancora prima. Nel paese sudamericano studia geologia e ha una vita normale finché, l’11 settembre 1973, Pinochet assalta la Moneda — il palazzo presidenziale — fa fuori Salvador Allende e porta a compimento il colpo di stato che dà l’avvio alla dittatura durata 17 anni. È di nuovo fuga, in Svezia, col giovanissimo Pepo (Alessandro Bruni Ocaña), studente impegnato e marxista.

Una vita di fughe forzate: «È facile salvarsi se si viaggia leggeri.» sentenzia lo stesso De Capitani/Nonno Juliusz nelle grandi proiezioni video di Paolo Turro. Una storia personale che incrocia alcune delle grandi, drammatiche vicende storiche del secolo scorso. Una vita ricostruita dalla madre/Crippa pensando al nipote (figlio di Pepo) che non ha mai conosciuto il suo, di papà. Perché Pepo dalla Svezia ha voluto far ritorno in Cile per guidare l’attentato al dittatore del 1986, abbandonando la madre, la tranquillità e la giovinezza. E in Cile trova la morte prima ancora della paternità.

Le rivelazioni intorno e dentro all’Acrobata sono tante. Pepo/José è cugino di Laura Forti e solo ricostruendone la vicenda l’autrice ha scoperto che fosse lo stesso comandante Ernesto dell’attentato. Ci sono le non-rivelazioni per chi ha coscienza delle vicende cilene, ma che è sempre doloroso e doveroso ricordare, anche con i toni documentaristi che lo spettacolo in quel frangente assume. E ci sono quelle, eccoci, di Carmen.

Appoggiati alle pareti di Corso Buenos Aires, nel via vai dell’Elfo, mi ha raccontato di aver perso lei stessa persone assai care, uccise anche quando la dittatura era ormai ufficialmente terminata. Così le due ore de L’acrobata le ho vissute seduto al fianco di questa donna che vedeva lì davanti la sua stessa vita messa in scena. E se per me lo stress emotivo del potentissimo lavoro di De Capitani veniva pur sempre da una messa in scena, cosa può aver significato per Carmen? Me lo dicono le lacrime sul suo viso all’uscita.

La storia collettiva, la storia personale, la storia dello spettacolo in sé. L’acrobata è questo. È, poi, l’interpretazione impetuosa della Crippa e di Ocaña. Capaci di ricordarci che, sconvolte dalle acrobazie che la grande storia impone, ci sono le nostre “piccole” storie di singoli umani. Di donne che vedono la carne della propria carne allontanarsi. Di giovani assetati di giustizia, di uguaglianza, di libertà.

Sembra un altro mondo. Sembra tutto così lontano dalla futilità delle nostre giornate, dai nostri sacchetti biodegradabili, dalle nostre avidità. Forse è davvero un altro mondo, ma questo teatro è vero più del vero.

.