ELFO PUCCINI: Il ritorno a volte è una condanna

L'acrobata è la storia di una tragedia familiare, di una famiglia costretta alla diaspora ovunque: prima dalla Russia del regime sovietico, poi dall'Italia fascista con le sue leggi razziali, poi ancora dal Cile del dittatore Pinochet. Ma la vera tragedia non è la fuga, è il ritorno: chi tenta infatti di tornare in un Paese canaglia è condannato alla morte.

Tratto da un romanzo autobiografico di Laura Forti, L'acrobata è ora in scena all'Elfo Puccini di Milano (che lo produce), diretto da Elio De Capitani, affiancato dalla preziosa regia video di Paolo Turro, e interpretato magistralmente da Cristina Crippa e Alessandro Bruni Ocaña: lei è la Madre - l'unica di cui non è dato sapere il nome, tanto ingombrante è il ruolo che interpreta -; lui il figlio, José Valenzuela Levi, per gli amici Pepo, per i guerriglieri comandante Ernesto, colui che organizzò e diresse, nel 1986, l'attentato contro Pinochet. Attentato fallito, dopodiché ci fu la "Matanza", la brutale vendetta del generale contro i ribelli comunisti.

Alle loro si intrecciano le sorti degli altri membri della famiglia e ciascuno, in questa storia, è a suo modo un acrobata: lo è il patriarca Juliusz, sparito dalla Russia come un abile prestigiatore; lo è Pepo, che da bambino sognava di diventare un mago e da ragazzo eroe della rivoluzione; lo è Papo, il figlio di Pepo, che ha scelto di fare il "payaso" e la vita nel circo perché quella reale gli va un po' stretta; lo è, infine, la Madre, eroina silenziosa e donna ostinatamente libera, sempre in equilibrio precario tra ragione e sentimento, lavoro e famiglia. Fu tra le prime geologhe del Cile, e poi scienziata di successo nella sua ultima patria la Svezia -; alle spalle lasciò la migliore amica in Italia, un divorzio sofferto, un padre depresso e suicida, una figlia ritardata e affidata a una clinica e un figlio idealista, che lei stessa aveva cresciuto così, forse condannandolo al suo infelice destino: "Detesto il tuo idealismo", grida a Pepo un attimo prima di perderlo per la guerriglia, "ma sono assolutamente fiera di te. Sono stata io a insegnartelo".

LA REGIA È IMPECCABILE, fredda e perciò ancora più commovente, chirurgica nella scena bianca, spigolosa e spoglia, illuminata dalle belle luci di Nando Frigerio; il testo, però, andrebbe un poco sfrondato: c'è talmente tanta carne al fuoco che il fuoco pallido delle parole è superfluo, se non faticoso. Intensa, ma anche buffa e affettuosa, è la Madre della Crippa, così come il figlio di Bruni Ocaña sa alternare la leggerezza dell'infante e la durezza del militante: a loro spetta il compito di ricucire la memoria, ed è un compito difficile, delicato ed esplosivo perché i "ricordi sono come schiaffi, sono zavorra e c'è il rischio che ti facciano affondare".

Ricordare è combattere, ci dicono qui, è attentare alla dittatura dell'oblio, al silenzio dei morti ammazzati, alla reticenza dei sopravvissuti, di chi "ha fallito, per questo si è salvato". L'ha detto il comandante Ernesto, ma tutti ricordano Pepo.

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