ELFO PUCCINI: L'acrobata, una storia dal Cile al Teatro dell'Elfo

L'11 settembre del 1973 stavo organizzando una vacanza in Corsica con i miei amici. La notizia del colpo di stato in Cile ci colpì come una bomba. Avevamo seguito molto da vicino quelle vicende lontane, dall'altra parte del pianeta, con il tentativo di un coraggioso presidente, Allende, di strappare le grandi risorse di quel paese alle multinazionali statunitensi, per garantire a tutti i cittadini un livello di vita accettabile. Per mesi, per anni, continuammo a seguire le cronache dal Cile, accompagnati dalla musica degli Inti Illimani e sperando sempre nella fine di quella atroce dittatura, che invece durò 17 terribili anni.

Giovedì scorso sono andata a teatro, al Teatro Elfo Puccini, a Milano, e ho visto uno spettacolo davvero bello, che mi ha fatto tornare a quegli anni. Si tratta de L'Acrobata, di Laura Forti, interpretato magnificamente da soli due attori, Cristina Crippa e Alessandro Bruni Ocaña.

È la storia (verissima) di una donna di origine italiana, fuggita da bambina con la sua famiglia in Cile, a seguito delle leggi razziali. In Cile è cresciuta, ha studiato all'università ed è diventata la prima donna geologo cilena. Ha formato una famiglia, ha viaggiato, ha continuato a lavorare. Dopo il colpo di stato si è trasferita in Svezia, ma il figlio Pepo, giovane attivista politico, non ha mai dimenticato le vicende del proprio paese e ci è tornato per organizzare un attentato al dittatore Pinochet. L'attentato è fallito e Pepo, cioè José Valenzuela Levi conosciuto con il nome di battaglia di Comandante Ernesto, è stato rintracciato, torturato e ucciso insieme ai suoi compagni. Al momento della morte Pepo ha un figlio di tre anni, avuto da una ragazza cubana, ed è a questo nipote che la nonna si rivolge per raccontare tutta la storia della famiglia.

Questa, in estrema sintesi, la trama della pièce teatrale. Ma lo spettacolo è molto di più. È una storia simbolo delle tante storie delle famiglie ebree della diaspora: dalla Russia all'Italia, dall'Italia al Cile, poi di nuovo in Europa, passando per gli Stati Uniti. Il terzo protagonista, anche se non in scena, ma solo in voce e video, interpretato dal regista Elio De Capitani, è il grande vecchio Juliusz, nonno della madre, cinico ma vitale e concreto, che ha nei suoi geni secoli di persecuzioni e sa che quando è il momento si deve andare, e basta, senza ripensamenti.

È facile salvarsi se si viaggia leggeri.

È anche una precisa ricostruzione storica delle vicende cilene degli anni Settanta e Ottanta, grazie a numerosi filmati d'epoca, immagini d'archivio, copertine di quotidiani, musiche, foto di famiglia. Un applauso alla regia, pulita, essenziale, estremamente funzionale.

È la storia personale di una madre che si confronta con le scelte che hanno avuto grande influenza sulle vite dei suoi figli. Le scelte per la figlia disabile e la decisione (ma poteva fare altro?) di allevare il figlio alle idee di libertà e di giustizia. Anche se poi il portare queste idee alle estreme conseguenze vorrà dire per Pepo la morte e per la madre una perdita insanabile.

È anche la nascita del rapporto tra una nonna e suo nipote, clown e acrobata in un piccolo circo, che inizia grazie al racconto della storia del padre. Per la nonna questo racconto è una necessità, come succede spesso nella storia, privata o dei popoli, a un certo punto non si può più tacere. Per il nipote è lo strumento per conoscere (e forse riuscire a capire, non facile per lui così antieroe) quelle scelte che lo hanno portato a crescere senza un padre.

L'acrobata è il nipote, per il suo lavoro, ma acrobati sono anche tutti i personaggi di questa storia (e forse anche tutti noi, non credete?), costretti a camminare su un filo teso sul vuoto: le certezze di una vita, le conquiste di tranquillità e sicurezza non sono mai più grosse di un filo di canapa attorcigliata.

È uno spettacolo di grande emozione: si esce scossi e commossi, ma anche con in testa i paralleli a molte situazioni del mondo attuale, al pericolo di tutti i fascismi, a come tutte le dittature e le situazioni di violenza e sopraffazione non possono che generare altra violenza, soprattutto tra le giovani generazioni.

Un'ultima nota: quello stesso anno 1973 è anche l'anno di nascita a Milano del Teatro dell'Elfo, che io, come molti dei miei amici, seguii da vicino e con grande attenzione. Quell'anno un gruppo di giovani decise di mettersi insieme per affermare che il teatro non era soltanto quello delle grandi (magari bellissime, come quelle del Piccolo, per esempio) produzioni, ma poteva anche nascere dal basso, poteva rompere con gli schemi precostituiti (sulla rigidità dei ruoli, sulle regole di recitazione, ecc.), poteva essere di rottura ma anche di qualità, poteva prendere posizione rispetto alla politica, alla storia e alla società. E non si può negare che il Teatro dell'Elfo in più di quarant'anni abbia mantenuto gran parte della sua coerenza, perché in spettacoli come questo si ritrovano ancora i punti fermi dell'esordio.

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