ELFO PUCCINI: "L'acrobata" di Elio De Capitani: l'uomo che osò sfidare Pinochet

La prima impressione è di sorpresa: sono passati pochissimi decenni dal golpe di Pinochet, dall'eroica morte di Salvator Allende, 1973, io avevo 21 anni e fui, come moltissimi, sconvolto, e commosso. Un momento epocale, paragonabile alla guerra partigiana degli italiani. Uno dei momenti storici in cui gli Stati Uniti, facendo uccidere un presidente eletto, mostrarono una faccia nefasta anche per chi avversava il regime d'Oltrecortina e gli orrori del comunismo. L'acrobata, spettacolo pieno, denso, che Elio De Capitani regista mette in scena al Teatro dell'Elfo di Milano, è anche teatro della memoria. In scena Cristina Crippa e Alessandro Bruni Ocaña, con i filmati di Paolo Turro, autore del film che è costola e anima della messa in scena: lo spettacolo è una scossa alla memoria. Nel 1973, età moderna, un uomo diventa presidente del Cile attraverso elezioni democratiche. Non uno dei tanti capi, presidenti o capetti dell'America Latina, mezzi militari, un po' fascisti e un po' comunisti castristi, sempre demagoghi, sempre dittatoriali e spesso corrotti. No, un avvocato, borghese, abito di grisaglia, camicia e cravatta mai slacciata, pancetta, un borghese socialista. Che vince le elezioni, e pur affermando, al culmine del golpe, di non essere un martire, ma solo un cittadino responsabile, morirà da martire. La Moneda, il palazzo presidenziale, assediato: esercito, elicotteri, una morsa implacabile organizzata dal generale Pinochet traditore del suo paese e in seguito massacratore di oppositori. In camicia e cravatta Allende si mette il casco, impugna il mitra che non aveva mai usato, muore da eroe, solo, contro un esercito di traditori e torturatori. De Capitani firma una regia importante per la presenza del cinema in cui compare come attore, cinema di alto livello: tale mezzo nel teatro è a rischio altissimo. Qui film serrato, tempi tesi, primi piani e accelerazioni. Il giovane film maker Paolo Turro, classe 1990, è autore già autorevole, e premia la coraggiosa idea del regista che con questo contributo realizza una pièce innervata dal documentario di guerra, o del reportage. La recita dei due attori in scena s'intona armoniosamente al movimento cinematografico. Cristina Crippa e Alessandro Bruni Ocana dialogano spesso come monologando, ognuno nella sua propria storia. La regia supera il tono puramente narrativo, efficace ma non sempre impeccabile del testo di Laura Forti, in cui prevale spesso il racconto sulla drammaturgia. Mentre è forte la trama, che attinge a storia vera: uno dei protagonisti, Pepo, detto Ernesto, combattente contro Pinochet, autore del fallito attentato, e subito massacrato dai militari del regime, è cugino dell'autrice. La vicenda inizia con una donna che fugge esule dall'Italia in Cile durante il fascismo, e si ritrova madre di un oppositore al nuovo fascismo efferato di Pinochet. La storia famigliare è narrata dalla nonna al nipote, figlio di Pepo, che è un "payaso" acrobata. La metafora dell'acrobata raccoglie e raggomitola i vari membri della famiglia, in un funambolismo di bauli e partenze per nuovi Paesi, case, sentimenti, persone.

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