ELFO PUCCINI: Alla ricerca di un dio con Biancofango

In oscuri tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, libertà pianificata, disumana umanità, in un mondo che è simile a un macello, spinta da voci di minacciose violenze, perché la violenza della gente miope non spezzi ogni cosa, voglio qui riportare Dio.

Sono le primissime parole di Io non ho mani che mi accarezzino il viso, il nuovo spettacolo di Biancofango che ha da poco debuttato a RomaEuropa. Qui l'incomprensibilità dell'esistenza umana si sposta dal piano orizzontale dell'azione-reazione alla discesa nell'abisso interiore. Ancora una volta una scena cupa, cruda, bunker del fondo umano. È il purgatorio in vita dei vinti, di coloro che vorrebbero magari fare, agire, andare oltre, ma non sanno, non sanno proprio come—e se. E a che pro, poi?

Siamo in tanti. Così fragili. E non è più possibile vivere così, lo sappiamo. Non c'è più nulla in noi da colpire. Nulla che ci possa tormentare. Ad ogni tormento abituati.

Persa ogni cosa, capite? Perso il senso di ciò che è alto sopra di noi.

Ci manca un fine e dunque ci mancano sempre di più le motivazioni. Se non agiamo per un principio ultimo possiamo forse provare ad agire per qualcuno—ma siamo più una società?

Qui incontriamo due individui. Un uomo. Una donna. Tutt'altro che una coppia. La somma ormai è negata. Perché di questi tempi tutto è frammentato. Neanche i cieli sono più fissi. Allora magari agire in nome di un dio—o contro. Ma dio dov'è? «Morto» nella coscienza dell'uomo, diceva Nietzsche. Con tre secoli di razionalità e progresso ce ne siamo affrancati.

Epperò manca. Ci manca. Perché quando un potere superiore viene a mancare davvero, quando la libertà (non la liberazione, non l'emancipazione da) diventa possibile, reale, realizzata, ecco che l'uomo è ben altro che felice. È solo. Assolutamente solo. E perso.

Io ti vedo uomo che anneghi. Sento che gridi aiuto. Ti vedo donna che chiami. Questo non è tempo di coscienze libere. Questo è tempo di morti in cammino, per tutte le strade, per i sentieri dei campi, per i deserti, ognuno a cercare una casa, un familiare, un amico, ognuno a cercare la bandiera in cui aveva creduto.

Non si può allora che girare in tondo, avvitarsi su sé stessi. Come l'impietosa luce di Staropoli che ribadisce il vuoto, il buio, e al contempo l'abbaglio: tutti lì, noi uomini, a inseguire un riflesso. Ma l'origine dov'è? esiste?

Parimenti i continui riferimenti letterari (Brecht, Büchner, Shakespeare, ecc.) si fanno urgenza artistica. Vale a dire. Più che un cólto citazionismo sanno di irrinunciabile matrice metafisica, come se attingendo a quelle creature così inquiete (Woyzeck, Santa Giovanna, Amleto) i Biancofango invocassero una comunione di spiriti. Di qui il continuo richiamo a un sentimento di speranza che puntualmente si infrange sui volti indifferenti di un'umanità gretta, miserabile e atomizzata.

Maledetto è l'uomo, i padri, le madri, i figli, quelli che arrivano e quelli che se ne vanno.

Una cosa dico, prima di andare, che la morte interrompe solo quello che stiamo facendo, che per cambiare il mondo deve cambiare l'uomo.

C'è da ricominciare, anzi, meglio, c'è da ritornare a noi, al nostre essere esseri umani: individualmente e collettivamente al tempo stesso, senza che l'una sfera pregiudichi l'altra.

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