ELFO PUCCINI: L'esasperato perbenismo di una madre possessiva

Il Tennessee Williams e Arthur Miller si imposero, negli anni Quaranta e Cinquanta, come i massimi talenti della drammaturgia del dopoguerra. Ma se Miller fu uno spietato scrutatore di fatti chiaramente definiti, reali, un acuto descrittore di tragiche lacerazioni, epiloghi senza vie di scampo, vendette, rancori e malvagità, umani fallimenti di commessi viaggiatori caduti in disgrazia, o isteriche cacce alle streghe (Il crogiuolo), o drammi di clandestini siculo-americani (Uno sguardo dal ponte) eccetera, Tennessee Williams fu, piuttosto - come già scrisse Masolino D'Amico -, un lirico creatore di grandi parti femminili, ispirate, tra realismo e naturalismo, al decadente, puritano, corrotto Vecchio Sud, in un'America ossessionata dal sesso e dal perbenismo, da Zoo di vetro a Un tram che si chiama desiderio, da La rosa tatuata a La gatta sul tetto che scotta.

Tennessee percorse, con gusto cechoviano, le indefinite tragedie di esistenze frantumate, s'impossessò di anime sconvolte e abbacinate, sempre pervase da una vaga e imprecisata volontà di fuga, dagli altri o da se stessi, penetrate con il gusto morboso dell'orrore. Vizio, alcool, sesso, droga, omosessualità sono alla base dei violati personaggi di Williams, eternamente intrisi d'un esasperato senso di perbenismo, di moralismo, vittime senza eroismi, fuggiaschi della vita, morituri senza speranza. Anche Improvvisamente l'estate scorsa (questa come altre opere - ben 19 - divenne un celebre film hollywoodiano) non smentisce questo angosciante background in un campionario di anime malate, di vittime senza eroismi, senza pietà o compassione. Il lungo atto unico, un'ora e cinquanta senza intervallo, è ora in scena al Teatro Puccini. La prepotente regia espressionista di Elio De Capitani rende ancor più aggressiva la scrittura originale (con i suoi orrori di antropofagia e di chirurgia cerebrale).

La storia. Si dà per avvenuta, nell'antefatto, la morte di Sebastian, sgradevole poeta egocentrico. Da qui, si svela una galleria di mostri da incubo. Il centro motore è rappresentato dalla giovane Catherine, instabile cugina di Sebastian, testimone della sua orribile morte. La ricchissima, tiranna, possessiva madre dell'artista, vuole difenderne a tutti i costi la reputazione. Non si deve sapere dell'omosessualità del figlio, non si devono conoscere i particolari orrendi e repellenti della sua morte. Basta mettere a tacere la scomoda nipote, unica testimone dell'orrendo delitto, e tutto rientrerà nel rispettabile perbenismo. Basta insomma farla lobotomizzare come pazza... Ma lo psichiatra vuol vederci chiaro. La ragazza si salva. La squilibrata madre del succubo poeta finisce al manicomio.

Si diceva dell'aggressiva simbologia di Tennessee Williams. Ed Elio De Capitani la cavalca con euforica generosità, ma secondo un singolare ragionamento. Cerca, cioè, di entrare nelle allucinogene sensazioni mentali di queste menti turbate, portandole all'esterno. Le esplosioni acufeniche dei soggetti sono portate fuori nell'attonita staticità di una stupita folgorazione. In una specie di turgida giungla domestica le grida di uccelli esotici diventano urla di vittime straziate. E i personaggi, in un insopportabile climax di sgradevolezze, rendono esplicito l'orrore, evidente lo sgomento, con una generosità di eccezionale dedizione, da Cristina Crippa (la folle, possessiva madre) a Elena Russo Arman (l'instabile Catherine), protagoniste assolute in un ben assortito staffa di comprimari: Cristian Giammarini (il giovane psichiatra), Corinna Agustoni, Edoardo Ribatto, Sara Borsarelli. Entusiastici consensi alla fine per tutti. Si replica fino a domenica 29.

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