ELFO PUCCINI: Il partigiano Juretich e l'inferno dell'isola calva

Goli Otok è stata l'isola più famigerata del Mediterraneo, sede del peggior campo d'internamento di Tito, in cui il leader dell'ex Jugoslavia spediva i nemici interni, i sostenitori del Cominform di Stalin.

Ricavato dalla sofferta testimonianza di Aldo Juretich, recluso per due anni sull'isola e uscitone miracolosamente vivo, «Goli Otok» all'Elfo è uno spettacolo teso e urticante capace di far sentire allo spettatore tutta la pesantezza dei propri comodi panni.

De Capitani, che firma anche la regia, compie un processo di identificazione per diventare l'ex internato Aldo mentre accetta per la prima volta di rievocare la dolorosissima esperienza. Ad ascoltarlo c'è il suo dottore (Renato Sarti, autore anche della drammaturgia), che raccoglie la testimonianza col grave compito di aiutare il paziente a liberarsi ma anche di servire la storia.

La scena è più che essenziale: un tavolo, dei libri, due sedie, una caraffa d'acqua e i due protagonisti. In un crescendo da pelle d'oca, De Capitani-Aldo risprofonda nell'inferno di Goli Otok rivelando tutte le atrocità patite nel «ricondizionamento» politico: violenze di ogni genere, lavori bestiali, fame, freddo e sete terribili.

«Riabilitato» e liberato, distrutto nel fisico e in parte anche nell'animo, Aldo è costretto alla violenza finale, il silenzio: a nessuno può parlare di Goli Otok, pena il ritorno. Un incubo che avrà fine solo quando, rifugiato in Italia, troverà la forza per rivelare la sua storia a Giacomo Scotti, che ne fece un libro. A parziale lieto fine la vicenda approda anche a teatro grazie a Sarti, che conobbe Juretich diventandone amico. «Goli Otok» è «un'assunzione di responsabilità» nei confronti della violenza disumana che ha imperversato nel secolo scorso, da vedere con gli occhi spalancati e la pelle d'oca perché al peggio non c'è mai fine certa.

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