ELFO PUCCINI: Goli Otok, il teatro con funzione civile

UN GIORNO a Goli Otok era peggio di un mese a Dachau. A dirlo era chi aveva conosciuto entrambi gli inferni. Ma poiché la storia è di chi la scrive, di Goli Otok, poco più che uno scoglio al largo delle coste croate, nessuno sa quasi nulla. Nel 1991 un libro del giornalista Giacomo Scotti ha rotto la rimozione raccontando il campo di internamento del regime di Tito dove, dal 1949 al 1956, furono rinchiusi dissidenti e traditori (o ritenuti tali): dopo l'uscita della Jugoslavia dal Cominform nel gulag sull'isola finirono partigiani ed eroi della guerra civile spagnola, colpevoli di fedeltà a Stalin. Tra loro, anche Aldo Juretich. Sopravvissuto, si era trasferito a Monza. Renato Sarti l'ha conosciuto, si è fatto raccontare la sua storia e l'ha trasformata in un testo teatrale.

TESTO/BUONO
Concepito come il racconto di Juretich (Elio De Capitani) a un medico croato, ripercorre le stazioni dell'orrore. Studente in medicina, il giovane Aldo viene arrestato dall'Udba, la terribile polizia segreta jugoslava: ha poco più di 20 anni, è comunista e crede nell'internazionalismo. A Goli Otok conosce la faccia più atroce del male: fame, sete, paura, violenze infami ma soprattutto il meccanismo spietato della delazione che trasforma le vittime in aguzzini. Nonostante alcuni didascalismi, Sarti scrive un documento teatrale chiaro e senza trucchi.

REGIA/SUFFICIENTE
Firmata a quattro mani da De Capitani e Sarti, di nuovo insieme dopo trent'anni, la regia è a servizio di un'operazione che riporta il teatro alla funzione di riunire una comunità intorno alle sue ferite. Un tavolo ingombro di libri, due sedie, i puntuali interventi musicali di Boccadoro disegnano uno spazio da riempire con la parola.

INTERPRETAZIONE/BUONA
Dopo tante maschere del potere (dal Caimano a Nixon), De Capitani si collega ad Aldo Juretich in sintonia quasi liberatoria, trovando la giusta misura per restituire non solo il racconto ma anche l'uomo, straordinario per dignità e compostezza. Lo spettacolo è lui, mentre Sarti, nel ruolo del medico/autore, porge le domande, ma fa giustamente un passo indietro.

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