ELFO PUCCINI: Goli Ototk, la storia si apprende a teatro

Per parlare di Goli Otok, lo spettacolo di Renato Sarti che Elio De Capitani ha diretto e interpretato con lo stesso Sarti al Teatro Elfo Puccini di Milano, bisognerebbe partire dall'applauso convinto e prolungato che il pubblico gli ha tributato, alla fine. Lo dico senza ombra di retorica, segnalandolo come un dato oggettivo. È stato uno di quei successi a cui l'Elfo Puccini ci ha ormai abituato, in questo paio d'anni da che è stata inaugurata la nuova sede di corso Buenos Aires: ma ogni applauso, come ogni spettacolo, è un caso a sé, e questo particolare applauso offriva a mio avviso una serie di conferme e di importanti chiavi di lettura.

Non era un applauso di commozione, almeno non credo, e tutto sommato non mi interesserebbe neppure valutarlo in questo senso: era piuttosto un applauso di ringraziamento ai due responsabili del progetto, per aver contribuito a far conoscere un argomento del quale, fino ad ora, non si sapeva nulla, e sul quale grazie a loro siamo adesso informati. Ed era un applauso di identificazione in una formula di teatro che, in questo spazio, con questa compagnia, sta funzionando alla grande: un teatro dove niente è gratuito, dove tutto è sostanza e spessore della materia affrontata, un teatro che affonda le sue radici nella storia e nelle storie, che racconta a suo modo episodi e vicende della nostra vita collettiva.

Parlandone in termini di pura scrittura drammaturgica, non potrei dire personalmente che il testo di Sarti mi abbia coinvolto più di tanto. Ma lo squarcio che esso apre su una realtà sconosciuta ai più, uno dei peggiori fenomeni di intolleranza politica e di brutale repressione del dissenso che hanno caratterizzato l'orizzonte del Novecento, non lascia certo indifferenti, e dà molta materia su cui riflettere. Goli Otok è il nome di un'isola desolata della ex-Jugoslavia, che Tito trasformò in un terribile campo di prigionia non per la parte avversa, ma per i suoi stessi compagni non allineati, i comunisti rimasti fedeli all'Unione Sovietica e a Stalin.

Al centro dello spettacolo c'è il racconto di un ex-deportato, il fiumano Aldo Juretich, allora giovane ribelle che nel dopoguerra fu internato dal regime, patì ogni sorta di sofferenze e, uscito dal gulag, si trasferì a Monza, dove visse per il resto dei suoi giorni. Dai ricordi di Juretich, confidati a un immaginario medico suo conterraneo, emergono le atroci condizioni in cui versavano i prigionieri, affamati, esposti alle malattie e alle violenze. Ma emerge soprattutto uno stato di sopraffazione psicologica per cui la salvezza si poteva ottenere solo grazie alla delazione e al tradimento, rinnegando le proprie idee, in un clima di paura e di sospetto che permaneva anche molti anni dopo il ritorno a casa.

Se lo spettacolo tocca e scuote nel profondo la coscienza degli spettatori non è però solo in virtù di questa veemente denuncia degli orrori perpetrati da uno dei tanti totalitarismi che hanno funestato lo scorso secolo: a colpire è soprattutto la strepitosa interpretazione di De Capitani, che con calore, quasi con affetto e con una sorta di sorprendente leggerezza – non esente, persino, da qualche punta di ironia – evoca quell'inferno coi toni pacati che si userebbero per descrivere una banale realtà quotidiana, in ciò rendendolo forse anche più sinistro. Egli non incarna un testimone di fatti epocali, ma un essere umano che li ha vissuti dall'interno, una persona vera che ognuno di noi avrebbe potuto conoscere e da cui ognuno avrebbe potuto ascoltare direttamente quei tormenti che Elio riesce a comunicarci con tanta semplicità e asciuttezza.

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