ELFO PUCCINI: Troppo umano, quasi animale L'istinto di chi scappa "sotto la luna"

C'è molto romanticismo in "Fuga in città sotto la luna", lo spettacolo interpretato da Cristina Crippa e Gabriele Calindri che lo scorso weekend ha aperto la stagione al Binario 7.
È un romanticismo rotto, resistente nel raccontare con ricamo di gergo e di vezzi le insidie del mondo umano: l'ansia di vivere, la vertigine di essere uomo, i difetti ridicoli e le luci nascoste. È una storia di seconda (ma ottima) mano, che deriva da due opere ("Favola" di Tommaso Landolfi e "Il lupo mannaro" di Boris Vian) e si sdoppia in altrettanti racconti: separati ma intrecciati per rincorrersi l'un l'altro, trovando senso comune negli scarti sentimentali e nelle trovate d'ingegno. Sono due storie picare, spruzzate di cabarettismo belle époque e di vie de bohème, stropicciate da un umorismo collaterale a volte sotto traccia. Persino grottesche, per suscitare rossori e attaccamento a un "surreale" tenero e spontaneo, che anche nei suoi momenti acri si ritaglia una parentesi di morbidezza: com'è bello ritornare al sentimento commosso, innescato dal ricordo e dal desiderio di fuga.
Due parti, quindi. La prima, meno forte, è rubiconda e agitata: il disincanto cerca l'incanto, lo trova, lo perde, si consola. Cristina Crippa esibisce una torrenzialità esuberante, un can-can verbale in cui è facile distrarsi e poi ritrovarsi; nella corrente di espressioni fisiche prodotte si partecipa con ansia ipossica all'ultimo flash della memoria prima delle dipartita della sua cagna landolfiana. Molte le acrobazie malinconiche, forse troppe; meglio la carnosa voglia di riproporre lavita, i suoi liquidi - in un'esilarante soluzione comica che rilegge il bisognino canino in un segno di rispetto per gli angoli meritevoli - le sue istanze magiche e la gioia dei sensi, l'invasione dei territori del ricordo e la galoppata nel buio rischiarato dallo slancio lunare. La cagna non è trionfante ma la sua sconfitta d'accordo con i piccoli è magnifica: arrendersi all'inevitabile, trasferendo al pubblico il misto di sconforto e speranza, è la sua ultima vittoria.
La seconda parte cambia di tono. Non c'è più il tepore materno, ma il divertimento di una storia raffinata, rovesciata e sorniona: un lupo diventa uomo al plenilunio. Il personaggio interpretato da Calindri non si dimentica, intagliato com'è nel sorriso complice di un lupo dagli occhi rubino che cavalca per passione le dinamiche dell'ingegneria meccanica e di quella biologica (uh! ah!).
Ma non è solo un racconto d'atmosfera e caratterizzazione: è satira acuta dei modi dell'uomo, raccontati dall'occhio di un genti' lupo che preferisce le bacche alla selvaggina e una buona lettura a una azzuf- fata nel branco. La licantropia non è che il perno (strepitoso) per un'antropizzazione che fa perdere il pelo e rivela il vizio dell'uomo. Così l'incursione swiftiana nel cosmo cittadino si dimostra fiera di deficienze esilaranti e inquietanti, tra donne che ingannano, uomini di malaffare e poliziotti che balbettano rispetto del dovere. L'uomo è la bestia esagitata che maltratta, violenta e vuole vendetta, l'animale pedala su coordinate morali. Favola ecologista? No, perché il cortocircuito dell'uomo che interpreta un animale diventato uomo chiede: la vendetta è un istinto animale o umano? Forse la risposta è sotto la luna.

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