ELFO PUCCINI: Frost/Nixon

Nanni Moretti, nel 2006, diede a Elio De Capitani il difficile compito di interpretare Silvio Berlusconi nel suo profetico Il Caimano. Oggi, nel nuovo spettacolo in scena all'Elfo, De Capitani diventa Richard Nixon: le inquietanti analogie tra i due personaggi – se non fossero abbastanza evidenti sul piano drammaturgico – compaiono sul volto dell'attore in un raggelante cortocircuito.
Per raccontare le intersezioni tra politica e potere mediatico, Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani scelgono un testo dell'autore e sceneggiatore inglese Peter Morgan: il suo Frost/Nixon, rappresentato alla Donmar Warehouse di Londra nel 2006, nel 2008 diventa un film diretto da Ron Howard. L'episodio raccontato da Morgan è il celebre scontro mediatico tra il conduttore televisivo David Frost e l'ex presidente Nixon: i due si fronteggiano in una lunga serie di interviste, nella disperata ricerca di un riscatto – il primo dalla fama di discusso showman televisivo, il secondo dalle accuse del Watergate e dalle conseguenti dimissioni.

Chi ha avuto occasione di vedere la pellicola di Howard sarà tentato di osservare che anche la regia di Bruni/De Capitani si muove in una prospettiva cinematografica: fulminei cambi di scena, dialoghi rapidi, allestimento essenziale, interpretazione attorale al centro. La dialettica tra teatro e altri media è del resto da sempre cifra stilistica dell'Elfo (basti pensare al riuscito Angels in America di Tony Kushner, 2007); in Frost/Nixon possiamo però rintracciare caratteristiche intrinsecamente teatrali. Nella costruzione della pièce lo scontro tra i due personaggi assume valenza strutturale, quasi metafisica: viene da pensare all'agone del teatro greco, momento culminante dell'impianto della tragedia, contrapposizione di pensieri e di idee prima che di personaggi. Così Frost e Nixon mettono in gioco il loro vissuto di essere umani (l'ambizione e il coraggio del primo, l'avidità e la lucidità del secondo), ma allo stesso tempo mettono alla prova due visioni del mondo: il senso di impunità e l'auto-assoluzione del potere da un lato, il tentativo di disinnescare il meccanismo della menzogna dall'altro. In Frost/Nixon il conflitto viene universalizzato con il frequente ricorrere alla metafora della boxe: e all'anchorman inglese serviranno dodici round prima di mettere al tappeto l'avversario. Come nella tragedia greca, chi perde l'agone non può che soccombere: nel momento in cui Nixon arriva a concedere un'ammissione di colpevolezza, rinuncia per sempre ad ogni possibile seguito della sua carriera politica. Del resto, come ben sapevano i greci e come ricorda il narratore all'inizio dello spettacolo, l'ubris – l'arroganza che non conosce il senso del limite – viene spesso punita in modo irreversibile.

Molti gli echi che questo celebre episodio, datato 1977, fa risuonare in noi: si sorride quando viene ricordato che Nixon mancò la seduta processuale per problemi di salute, ci si inquieta a ripercorrere l'ostinato negare l'evidenza del politico, si rabbrividisce infine di fronte all'affermazione: "se lo fa il Presidente, non è illegale!". Elio De Capitani, ormai specializzato nell'interpretare controversi uomini di potere (anche in Angels in America era l'ambiguo Roy Cohn), è straordinario nel conquistare, ben al di là di ogni razionalizzazione, la sotterranea empatia del pubblico. Ed è così che lo spettatore si trova a riflettere, quasi senza accorgersene, sulla capacità del potere di manovrare lo strumento comunicativo per "dare una propria versione dei fatti" e sull'esigenza da parte dei cittadini/spettatori di ottenere una rappresentazione non falsata della verità. Può essere la televisione un tribunale che assolve o condanna? Lo spazio concesso dai media al potere politico è destinato ad essere spazio di preziosa propaganda mascherata, o può diventare luogo di confronto e responsabilità? La questione non è certo nuova, e torna spesso alla ribalta; è accaduto di recente in occasione della puntata di Servizio Pubblico che ha ospitato un Silvio Berlusconi risultato poi, a detta di molti, vincitore. Ma l'ottima messinscena di Bruni/De Capitani trasforma la cronaca in vicenda universale: al commento si sostituisce una riflessione ad ampio raggio sul potere, e su una società dello spettacolo che vediamo trasformarsi sotto i nostri occhi.

.