ELFO PUCCINI: Frost e Nixon. La sfida

ALTRO CHE INTERVISTA. QUELLA CHE VA IN SCENA ALL'ELFO PUCCINI È UNA SFIDA ALL'OK CORRAL, ma senza pistole, i proiettili sono le parole, nient'altro che le parole e i fatti della storia, le ambiguità dei comportamenti, la disonestà, la menzogna. E la colpa da espiare anche se in ritardo di fronte a 45 milioni di persone in diretta tv è quella di avere tradito la fiducia del popolo americano. Usa 1977: i due uomini che stanno l'uno di fronte all'altro, in quello che è stato senza dubbio l'inizio della «politica spettacolo» sono Richard Frost, giornalista e conduttore inglese di talk show popolari, un debole per le scarpe italiane e Richard Nixon, ex presidente repubblicano degli Stati Uniti dimissionato per lo scandalo del Watergate (microspie nel quartier generale del Comitato nazionale democratico) tre anni prima.

Intervista in cui per undici puntate sembrava che l'ex presidente tenesse in pugno la situazione ma ecco alla dodicesima il colpo di grazia, la confessione e le scuse in diretta di un Nixon terreo, sconfitto, che si consegnava al giudizio dei posteri, chiedendo perdono. Era un corrotto, un mascalzone, un «caimano» che pure aveva fatto anche qualcosa di buono, che si umiliava di fronte alla sovranità del popolo che aveva tradito. I nostri politici ne sarebbero capaci? Frost, morto quest'anno a settembre, che aveva rischiato del denaro suo (il programma, costosissimo anche per l'avidità di Nixon, era costato due milioni di dollari) divenuto in seguito «sir», invece, avrà uno splendido avvenire: successo, interviste a Thatcher, Blair, Cameron…

Frost/Nixon (coprodotto dall'Elfo e dal Teatro Stabile dell'Umbria) scritto nel 2006 da Peter Morgan noto anche come sceneggiatore cinematografico, dal quale Ron Howard trasse un film di successo nel 2008 è un testo abile e profondo, non un banale digest di fatti noti, dove a venire in primo piano nella scrittura brillante di Morgan ben tradotta da Lucio De Capitani, sono le psicologie, le idiosincrasie, i nascosti pensieri, i complessi, le fughe in avanti, il gusto per il trabocchetto, che danno un respiro quasi shakespeariano, a questa storia contemporanea, ai meccanismi di potere che stritolano gli uomini, impotenti a difendersi. Questa tensione si snoda lungo tutto l'avvincente spettacolo firmato a quattro mani da Ferdinando Bruni e da Elio De Capitani con tutta la loro fiducia nella potenza della parola e nelle sue possibilità a rendere uno spazio significante, in una scena che cita uno studio televisivo senza mai esserlo, con sedie vintage a rotelle dove si confrontano e si combattono con parole e idee gli uomini del presidente e i consulenti dell'intervistatore.

Notevole l'interpretazione. Elio De Capitani, in completo blu con un trucco che cita Nixon senza trasformarlo nella sua copia, rende benissimo le doppiezze del presidente quacchero, le sue insicurezze, i suoi complessi di inadeguatezza fino all'apoteosi della scena madre finale. Ferdinando Bruni che è David Frost, si insinua con autorevolezza dentro un personaggio a più facce, sparring partner perfetto, innamorato del rischio soprattutto se pensa che ne possa avere un tornaconto. Del resto qui gli eroi positivi latitano, ci sono solo uomini che la sanno lunga circondati, sostenuti dai loro supporter che li rispecchiano: il produttore affarista, il radical contestatore, il portavoce, l'addetto militare, la donna compiacente... bene interpretati da Luca Toracca, Matteo De Mojana, Andrea Germani, Nicola Stravalaci, Claudia Coli e Alejandro Bruni Ocaña che fa anche da filo conduttore alla vicenda. Non manca neppure la catarsi finale perché quanto più potere si ha tanto più rovinosa sarà la caduta, malgrado la grazia concessa. Il resto è silenzio.

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