ELFO PUCCINI: Frost/Nixon la realtà sul palco

Non credo di esagerare dicendo che c'è un grandissimo spettacolo attualmente in scena a Milano, capace di attrarre e catturare la platea dal primo all'ultimo minuto. Nella fase culminante della sua recente crescita, dopo il trasferimento nella grande arena popolare di corso Buenos Aires, il Teatro dell'Elfo, con Frost/Nixon, ha realizzato un prodotto perfetto in rapporto al momento, al luogo, alle aspettative del suo nuovo pubblico: si potrebbe anzi dire, senza tema di sbilanciarsi, che il testo dell'inglese Peter Morgan segna uno dei punti più alti nella storia della compagnia, destinato a passare agli annali come i celebrati Comedians o Nemico di classe.

Che cos'è Frost/Nixon? In estrema sintesi, è la fedele ricostruzione di un memorabile scoop giornalistico, la famosa intervista che l'anchorman britannico David Frost fece all'ex-presidente Nixon, tre anni dopo le sue dimissioni in seguito allo scandalo Watergate, intervista nel corso della quale Nixon crollò, ammise le proprie colpe e chiese scusa al popolo americano. Morgan, da abilissimo drammaturgo, ne descrive la preparazione, i retroscena anche economici (Frost vi investì personalmente tutti i propri averi), i devastanti risvolti psicologici: ma la sostanza, verrebbe da dire tragica, dell'azione sta in quell'ideale incontro di pugilato fra i due, affrontato davvero come in una cronaca sportiva.

Perché gli spettatori di oggi restano ancora tanto coinvolti da fatti avvenuti quasi quarant'anni fa? Perché si segue con una tale spasmodica attenzione una vicenda di cui già si conosce l'esito finale, a cui non viene aggiunta nessuna particolare rivelazione? In buona parte, il testo avvince perché è pieno di indiretti riferimenti a questioni di casa nostra, l'etica della responsabilità, la lealtà di un leader verso i propri elettori, il coraggio di farsi da parte di fronte a un quadro giudiziario gravemente compromesso. Tutto questo c'è, e pesa, ma in qualche modo trasversalmente, più come un sottile elemento di confronto che per una reale affinità delle situazioni.

I richiami al nostro presente sono impliciti nel contesto, ma restano sullo sfondo. In verità Frost/Nixon affascina e trascina per la sapiente costruzione drammatica, per l'incalzante asciuttezza del linguaggio, per lo spessore epico che assume lo scontro fra i due protagonisti, tratteggiati alla stregua di eroi della mitologia classica. La telefonata notturna di Nixon al suo avversario, in cui affiora la possibilità di un'embrionale solidarietà umana, al di là dello sforzo di annientarsi a vicenda, è un pezzo di grande teatro. E il momento in cui egli riconosce di aver tradito la fiducia della nazione è, forse al di là delle intenzioni dell'autore, persino un po' commovente. E poi c'è la messinscena, tesa come un vero match di boxe, coi "secondi" agli angoli e la campana che suona tra un round e l'altro. La regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani è spoglia, senza fronzoli, con una scenografia formata solo da alcuni monitor e da sei poltroncine che evocano il clima di uno studio televisivo, in linea con quella tendenza del teatro contemporaneo che rigetta gli artifici della finzione a favore della nuda oggettività degli avvenimenti.

È, d'altronde, proprio questa capacità di raccontare la realtà che riempie ora, a mio avviso, le sale. È in questa capacità che il Teatro dell'Elfo ha sempre dato il meglio di sé, fino a diventare ciò che è adesso, una fabbrica di idee e di emozioni che ha ormai pochi uguali in Italia. Il suo successo, come quello dell'altra "multisala" milanese, il Teatro Franco Parenti, è ormai un caso da studiare, perché potrebbe mutare definitivamente i rapporti tra pubblico e privato.

Infine, a completare il tutto, c'è la splendida prova dei due interpreti principali, bravissimi nei panni rispettivamente di Nixon, di cui De Capitani evidenzia le doti di seducente istrione, di brillante affabulatore, ma anche di stratega politico più raffinato di quanto forse la storia non gli riconosca, e di Frost, che Bruni raffigura come l'antesignano della moderna era televisiva, il profeta del prevalere dello show business sulle ideologie. Grazie a elaborate parrucche, i due ottengono un singolare effetto di "verità": ma non imitano, creano delle accurate maschere interiori. Li sostengono a bordo ring Luca Toracca, Claudia Coli, Matteo De Mojana, Andrea Germani, Nicola Stravalaci, e soprattutto Alejandro Bruni Ocaña nel prezioso ruolo di narratore-commentatore.

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