ELFO PUCCINI: L'intervista Bruni e De Capitani in «Frost/Nixon». Il primo caso di giornalismo-spettacolo

Un match tra potere politico e mediatico, il più attuale che ci sia, un quiz sui limiti morali del potere, sono al centro di «Frost/Nixon», scritto nel 2006 da Peter Morgan e ridotto al cinema da Ron Howard nel 2008, testo che illumina il primo caso di giornalismo spettacolo, intervista costata 2 milioni di dollari, come «Ben Hur», seguita da 45 milioni di persone (su canali indipendenti, senza i grandi network) che nel 1977 David Frost fece all'ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, dimessosi nel '74, ma non ancora reo confesso del pasticciaccio brutto del Watergate.

DUELLO IN STUDIO VINTAGE - Nello studio tv spartanamente evocato all'Elfo Puccini dal 18 ottobre, con l'aiuto scorrevole di 6 magnifiche poltroncine d'ufficio vintage su rotelle prese su eBay per indicare gli ambienti, si sfidano, dopo 40 anni, in singolar tenzone, esibendo straordinarie parrucche («sono le maschere greche»), Elio De Capitani-Nixon e Ferdinando Bruni-Frost (morto il 31 agosto). E sono anche registi, come nelle migliori occasioni, da «Angels in America» a «History boys». Dicono gli attori: «Dello spettacolo l'intervista, in tre blocchi, occupa solo una parte: il resto è il dietro le quinte dell'operazione che costò tre anni di lavoro e diede a Nixon un plusvalore di oltre 2 milioni e mezzo di dollari, costo materiale di una catarsi. La prima parte è giocosa, è uno spettacolo imprevedibile nella struttura ad entertainment che poi sfocia in dramma scespiriano, Nixon è un personaggio da tragedia moderna, è lo spettatore a decidere che atteggiamento assumere. La débacle di Nixon è toccante quando parla della responsabilità morale di aver sporcato per sempre la politica: in Italia il giocatore sconfitto non ammette, butta in aria il tavolo, quindi sarà per noi doppia catarsi. Ci fu chi su YouTube si lamentò con Morgan di dover commuoversi su Nixon, dopo tutto quello che aveva fatto, ma è che a teatro i cattivi vincono sempre. E Frost, che si dichiarava apolitico, compie due scoop giganteschi, coi 69 punti in cui si chiariva l'insabbiamento dell'indagine e una vasta corruzione».

NERVI SCOPERTI DELLA SOCIETÀ - Ancora una volta l'Elfo, in coproduzione con lo Stabile dell'Umbria, tocca i nervi scoperti della nostra società dello spettacolo, vista al suo nascere: politica o show biz? Non a caso l'agente di Nixon era lo stesso che fece firmare ad Humphrey Bogart un contratto per tre film in un giorno. «È un momento incandescente. Si ricrea un percorso umano e si ammira anche una sconfitta, mentre i monitor in scena non rimandano le scene tv, ma il logo della Casa Bianca, il Nixon di Andy Warhol, un biscotto, un pezzo di tappezzeria giapponese, la dentiera del presidente, contro canto ironico e per associazioni libere».

SHAKESPEARE E COMMEDIA - Ricorre ancora Shakespeare: «Per il montaggio, mancanza di luogo e tempo, sintesi dei tempi teatrali, nella capacità di rendere la grandezza nei personaggi in sintesi antropologica al di là della cronaca. Nixon è malinconico e tracotante, rifiuta la pietà, si dichiara ferito e sospettoso, forse paranoico, ma piaceva al 60% della popolazione Usa. E poi ci sono le memorie della commedia sofisticata americana sul giornalismo degli anni 30 e il mito del successo: la grandezza di Frost è che nel testo molti parlano di lui e Nixon, vero incantatore di serpenti che voleva contenere il comunismo, gli ruba il monologo finale e fa da solo il conteggio della boxe da uno a dieci».

RAPPORTI TRA MEDIA E POLITICA - Nixon sapeva che era una sfida all'OK Corral e uno solo avrebbe vinto, per cui non fraternizziamo troppo. Elio e Ferdinando sanno che parlano di ieri per significare oggi: «Abbiamo scelto il testo per tante motivazioni, l'occasione di scontrarci in scena, i temi attualissimi sui rapporti mass media e politica, intercambiabili e indistinguibili, la responsabilità di Nixon, un corrotto che di fronte ai nostri sembra Gandhi. Materia da riflettere». Tutti gli attori in scena (Luca Torraca, Alejandro Bruni Ocaña, Andrea Germani, Claudia Coli, Matteo de Mojana, Nicola Stravalaci) svolgono funzione narrativa, entrano ed escono dal personaggio e parlano al pubblico «mentre noi due siamo immersi nel rapporto tv di confronto di due retoriche, su poltrone, senza radio microfono, rapporto che è la summa di tanti anni di lavoro comune. Ci piace che noi siamo gli adulti e giovani attori ascoltino la storia: teatro, vita, scuola...». Fischiano le orecchie, viene in mente l'Italia, ma con l'idea che da noi la tragedia diventa farsa: «È la nostra caratteristica comica ma non ci deve consolare, è un grottesco molto sinistro, dobbiamo armarci di forza interiore».

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