ELFO PUCCINI: «Frost/Nixon», anatomia di uno scontro di poteri

Viaggiano al passo coi tempi i giovani dell'Elfo, ovvero i Teatridithalia (questa volta in collaborazione con lo Stabile dell'Umbria), e per festeggiare i loro "primi" quarant'anni di vita miglior scelta non potrebbero fare di quella di portare in scena Frost/Nixon abile commedia - scrittura vitale e avvincente come un romanzo di Simenon - che parla di un fattaccio rimasto nella memoria collettiva. Quello che negli anni Settanta prese nome di Watergate ma si lega a un tema sempre attuale. Potere politico e potere mediatico che si scontrano.

Compare di tutto nell'abile, disinvolto testo dell'inglese Peter Morgan (lo sceneggiatore di The Queen) trasferito al cinema con un enorme successo (un mare di premi). C'è tutto nel testo ben tradotto (nuovo "elfino"? È il figlio di uno dei due protagonisti). La rievocazione storica, la nascita dello show bliz televisivo e lo scontro di due personaggi che sono lo specchio emozionale l'uno dell'altro, entrambi ossessionati da complessi di inferiorità ma forse ancor più di forti ambizioni. Da un lato un ex Presidente Usa mosso da vanità e che non vuole uscire di scena e l'altro un rampante giornalista che gioca la partita della sua vita, il celebre anchorman inglese David Frost, scomparso recentemente, il quale attraverso una serie di interviste televisive (pagate fior di miliardi) cerca di metterlo alle corde e fargli confessare l'ammissione di colpe e il suo tradimento del potere. È nel finale, un po' a sorpresa, (e la scena fra le migliori dello spettacolo) che si capirà, si rivelerà chi in fondo è il vero o presunto vincitore. Meschino Nixon, alla fine sembra rivelarsi il più scaltro dei due. Almeno nella commedia gli ruba il monologo finale.

Ventun sequenze che in una scena semplice ed esemplare (sintesi di molti luoghi dell'azione in specie lo studio televisivo, vecchi monitor che rimandano loghi ironici, una teoria di rotanti seggioline vintage in continua scorribanda) scorrono via con l'asciuttezza di un dramma storico shakesperiano e con quel ritmo di cui sono maestri i due protagonisti Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, qui nell'agone ancora una volta insieme in veste di registi infallibili in un montaggio che non permette distrazione. Nella prima parte trattando l'avvio come un entertainment alla Lubitsch (anche se siamo negli annni '70), poi dando al testo quella severità drammatica che la vicenda porta con sé.

E la cesellatura dei due protagonisti ancora una volta è Doc. Magistrale l'interpretazione dei dioscuri dell'Elfo. Strepitoso, di segno personalissimo, sotto una parrucca (che risulta maschera tragica e che lo rende somigliante all'uomo politico), Elio De Capitani è un Nixon malinconico e vanesio, sospettoso e con un'ombra di paranoia. Da parte sua Ferdinando Bruni si cala nel negli anfratti di Frost, forse più difficile da caratterizzare, con una misura che non viene mai meno.

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