ELFO PUCCINI: LE PAROLE DEL CUORE NON SI SCRIVONO IN RIMA

Col teschio in mano, come nella tradizione più classica o sotto un lampadario che gocciola, come nell'"Hamletas" di Eimuntas Nekrosius, con Romeo e Giulietta attempati e pieni d’acciacchi o con un Riccardo III angosciato e delirante alle prese con i suoi fantasmi, come in quello di Carmelo Bene: la lista è infinita, ma resta che Shakespeare funziona sempre, in tutte le salse, in tutti i paesi, in tutti i tempi. E il motivo è semplice: al di là dei dati contingenti (si parla di principi, di re e regine, di casati e di corti) i temi sono quelli che da sempre coinvolgono il pensiero dell’uomo: l'amore, la morte, il tempo che fugge. A mantenere vivi dopo quattro secoli i testi di Shakespeare, oltre al suo talento di drammaturgo, che valorizza al meglio gli atout della struttura di una pièce, v'è la distanza che Shakespeare pone fra sé e il play che sta scrivendo. In scena vanno i meccanismi della vita, le conseguenze delle azioni degli uomini, e se nei testi ci sono rimandi a situazioni e a problematiche del suo tempo, restano fuori però riflessioni personali, punti di vista propri, e ogni tendenziosità estranea alla dinamica narrativa stessa, allo svolgersi endogeno della vicenda. E al di là delle contingenze storiche, delle mode e delle consuetudini, i meccanismi attuali ieri lo sono tutt'oggi e così pure le dinamiche dei rapporti. Non dà giudizi Shakespeare, né sentenze: pone il problema e non lo risolve, creando nello spettatore una soglia d'attesa sempre rinfocolata, che cattura la concentrazione e le congetture ben oltre l’azione narrata.

Si sprofonda dunque volentieri nella psicologia con Shakespeare. I dilemmi lasciati in sospeso urlano a gran voce di essere risolti e nelle mille interpretazioni e analisi, si giunge persino a spiegare la reticenza di Amleto nel compiere l'assassinio dell'usurpatore Claudio come un'azione del complesso d’Edipo, che impedirebbe ad Amleto di uccidere colui che gli ha "fatto il favore" di eliminargli il padre.

Tanto dell'animo umano nelle pièce di William Shakespeare. Nulla del loro autore. E a molti pare proprio insopportabile l'idea che di colui che ha dato tanto alla letteratura e al teatro si sappia così poco. La tentazione è stata dunque quella di rintracciare un po' dell'animo di Shakespeare all'interno dei suoi sonetti. Centocinquantaquattro composizioni in rima, che il drammaturgo di Stratford ha scritto verosimilmente fra l'ultimo decennio del 1500 e i primi anni del 1600. Risale al 1609 la prima pubblicazione del canzoniere. Colpisce innanzitutto il fatto che la maggior parte dei componimenti sia indirizzata e tessa le lodi ad un giovane bello, forte e raffinato. Non una damina, pulcherrima e ineffabile, dunque, com’era di moda nell'amor cortese, ma un uomo, di cui, chissà, William Shakespeare si era forse innamorato. Un dato, questo, che preso nella sua veridicità storica, ha creato non pochi imbarazzi ad editori e critici in passato, tanto che s'è persino provato, quarant'anni dopo la morte del bardo, a pubblicare i sonetti cambiando destinatario da un lui a una lei. Ciò che colpisce invece ad una più attenta lettura è l'assoluta aderenza a delle strutture di genere, che fa dei sonetti un'opera di forma diversa ma del tutto omogenea, per fedeltà di scrittura, ai play. Al di là quindi delle congetture sugli orientamenti sessuali di Sir William, sul suo grande, immenso cuore, colmo d'amore e di passione verace, le quartine e i distici (poiché, a differenza della modalità sonettistica italiana, dove il sonetto è composto da due quartine e due terzine, quella inglese prevede tre quartine e un distico a rima baciata) mettono in scena i grandi temi universali dell'amore, del tempo che fugge, della morte, le contraddizioni della vita. Le tematiche sono svolte nel massimo rigore del genere, rispettando cioè ora i topoi tipici del ribaltamento cortese (la donna è derisa, vituperata, ridicolizzata), ora la moda sonettistica inglese, fiorita proprio negli anni in cui lo stesso Shakespeare impugna la penna per dire in rima. Abilità dunque, talento, oltre la cortina delle parole d'amore rivolte al "lovely boy", e non certo l'animo di Shakespeare, che se non s'è dato la pena di metter naso negli affari di re e principi, di sicuro se n'è astenuto nel corso di un esercizio di stile in voga ai suoi dì, in cui s'è provato più per diletto, che per necessità di sfogo emotivo. Questo fa dei sonetti di Shakespeare un'opera tale e quale alle più conosciute e rappresentate, perfette per raccontar dell'animo umano e delle sue molteplici facce, ma del tutto inadeguate per vedervi il riflesso del volto o del cuore del loro autore.

.