ELFO PUCCINI: AL TEATRO ELFO PUCCINI I SONETTI DI WILLIAM SHAKESPEARE

Un'ora di spettacolo per rivivere una sera alla corte seicentesca della Regina Elisabetta è la proposta di Elena Russo Arman che riporta, al Teatro Elfo Puccini, i Sonetti di Sir William Shakespeare. Nell'atmosfera di un'epoca lontana, quella dei fasti della corte d'Inghilterra, accompagnata dalla chitarra incantatrice di Alessandra Novaga, Elena Risso Arman ci delizia con i versi d'amore del poeta inglese intraprendendo un viaggio emozionante tra le parole di Shakespeare e le musiche di John Dowland. L'Arman presta la voce ad un testo romantico e magico allo stesso tempo, mentre la Novaga, ci allieta con l'esecuzione dal vivo delle trascrizioni di componimenti scritti originariamente per liuto. "Dove sei, o musa" racconta, attraverso 22 sonetti e 10 brani musicali, l'Amore in tutte le sue sfaccettature: da quello inafferrabile a quello tradito, dal tormentato al puro e mistico. Come molti dei moti che infiammano l'animo umano, l'amore dapprima si rivela appagato e contraccambiato, ma non tarderà di manifestare la sua ambiguità, incarnandosi sotto il sembiante ora dolce ora aspro. La paura che esso possa finire, i tormenti ed il sospetto diventano un supplizio di cui il poeta non riesce ad affrancarsi. E l'ambivalenza di questo amore è ben rappresentata in scena dall'alternanza di voce e musica in cui si avvicendano emozioni, stati d'animo, metafore e sentimenti. Sublime, aggraziato, lirico, questo testo e la sua messa in scena avvolgono lo spettatore in una dimensione altra, leggera, quasi eterea. Al chiaro di luna, immersi in una selva nera, il racconto dal sapore dark, si fa sempre più nitido e nel suo avanzare, il testo come la protagonista e le scene, si spogliano dei "rami secchi e pesanti". Così l'inquietudine iniziale evapora in poesia e nell'idealizzazione di un amore nobile. Come preda di un incantesimo, ritroviamo un po' di quella magia di testi come "Sogno di una notte di mezza estate" e la brava Arman al solito non si smentisce e riesce a passare da un registro vocale all'altro con spigliatezza. Ecco che i sentimenti di rabbia e passione bene si amalgamo con la musica. L'Arman attraverso i Sonetti sembra volerci confidare i segreti più profondi del cuore di Shakespeare. D'impatto l'enunciazione dei Sonetti, potrebbe apparire come un esercizio accademico, ma se proviamo a lasciarci catturare dalle parole, verremo travolti dall'eleganza dell'esposizione. Su questi versi, velati dal mistero sul destinatario (potrebbe essere anche un uomo, non necessariamente una dama), forse oggi varrebbe la pena soffermarsi per tentare di recuperare la perfezione formale, che in una realtà, anche quella teatrale, sempre più approssimativa e banale, manca. Questi versi di Shakespeare, capaci di toccare il cuore dello spettatore e scandagliare lo strano sentimento dell'Amore, sembrano colmare quel vuoto di parole che ci attanaglia. La magnificenza di questi Sonetti sta nella loro capacità di esprimere l'Amore nelle sue variegate fasi, dalla passione alle illusioni. Un testo dal sapore crepuscolare, capace di esprimere il tormento dell'anima di un innamorato in uno spazio scenico minimal, realizzato con la presenza di oggetti evocativi. Uno spettacolo in cui Shakespeare ancora oggi continua a parlare, complice la sua universalità, resa possibile dai temi che sempre investono l'individuo e la sua sfera emozionale: l'amore, la morte e la caducità del tempo. Il tempo fugge, ma la poesia ci rende immortali. Abbattuta la barriera del giudizio personale, in scena rimane solo uno stato d'animo, quello di un uomo con le sue pene d'amor perduto. Strano a dirsi ma colui che ha tanto cantato l'amore, è una delle vittime delle sue conseguenze. Ad Elena Russo Arman, va il merito di tramandare la tradizione. Certo non siamo di fronte ad uno spettacolo che gremisce il teatro, ma ad un'occasione per riscoprire il fascino dei più delicati versi d'amore mai scritti.

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