ELFO PUCCINI: Una Cassandra a cui credere

Il mito come metafora per dire di sé e del proprio tempo, della società in cui si vive e della politica che la governa. Come Heiner Müller anche Christa Wolf, la grande scrittrice tedesca scomparsa di recente, nei suoi libri racconta di se stessa, delle sue delusioni, delle sue angosce, della sua ribellione e della sua disperata impotenza nella Germania dell’Est al tempo della Stasi, assumendo l’identità di Cassandra, la figlia di Ecuba e di Priamo profetessa destinata a non essere creduta per la maledizione di Apollo a cui si era rifiutata.

Quella che ci troviamo di fronte sul palcoscenico dell’Elfo è, dunque, una donna tutta sola nel mondo degli uomini e a darle vita è una straordinaria Ida Marinelli. Lì, di fronte al grande palazzo di Agamennone, dopo aver passato la Porta dei Leoni, abbandonata sul carro, in attesa di entrare e di essere uccisa, Cassandra rivede a ritroso la propria vita, a partire dal sogno di se stessa destinata a non essere più non solo ascoltata ma addirittura udita, come ben dimostra il video iniziale in cui per significarne l’impossibilità della parola, vediamo il viso di Cassandra più volte immerso sott’acqua, quasi simboleggiare una forma di tortura.

È in questo quadro inquietante che Cassandra secondo Christa Wolf, mescola quasi in un delirio il presente e il passato, consapevole che il secondo ha condizionato il primo perché la rottura della speranza, di credere Troia una città superiore alle altre per giustizia sociale e per grandezza dei suoi abitanti, si è infranto ben prima della guerra che porterà la città frigia alla rovina, ben prima del ratto di un’Elena del tutto immaginaria, per gli inganni di chi avrebbe dovuto preservare la città, per il cattivo governo di Priamo. Troia come Berlino Est? È questa l’inquietante domanda che ci pare affiori da questo testo nato dal lungo racconto delle Wolf pubblicato nel 1983. Di questo e per questo è lei Cassandra-Christa la predestinata, innocente vittima sacrificale.

La felice regia di Francesco Frongia nasce da un segno forte, da uno scavo profondo nei recessi più nascosti del testo mettendone esemplarmente a nudo non solo attraverso la drammaturgia ma proprio nella sua resa teatrale, la tragicità di un passato che si trasforma in un presente inaccettabile, la fragilità e la determinazione degli esseri umani nel difendere la propria vita, e perfino la propria ambiguità come ci suggerisce l’esperienza stessa vissuta dalla Wolf nei confronti della DDR e del suo apparato di potere ostile. Ma a mettere in evidenza la ribellione della scrittrice contro l’emarginazione delle donne, la sua battaglia contro una lingua sostanzialmente negata, ovunque certo, ma soprattutto dove la mancanza della libertà è più forte, a raccontarci questo indicibile orrore e timore è stata fondamentale un’attrice come Ida Marinelli con un’interpretazione trascinante di grande maturità espressiva in cui l’emotività e la ragione nel loro reciproco specchiarsi hanno trovato un equilibrio perfetto. Da non perdere.

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