ELFO PUCCINI: LA PASSIONE DI CHRISTA

È UNA CASSANDRA pudica e reticente quella portata in scena da Ida Marinelli, per la regia di Francesco Frongia, al Teatro Elfo Puccini di Milano: l'omonimo, potente romanzo di Christa Wolf, morta neanche due mesi fa, è ridotto qui a monologo di appena un'ora, sfrondato dei ricordi più intimi della sacerdotessa perfar posto alla storia corale - una famiglia e un popolo, quello troiano, annientati dalla guerra contro i Greci.
Folgorante la prima scena in video: Cassandra, il volto affondato in un catino d'acqua, si contrae in smorfie angosciose, boccheggia, non si sa se per respirare o per parlare, per salvarsi o per rivelare alla propria gente l'unica possibilità di salvezza. Poco importa: la sua bocca è muta e le sue profezie solo increspature nell'acqua. Apollo l'ha condannata, sputandole in faccia: «Tu dirai il vero, ma nessuno ti crederà». I più la scambieranno per pazza, qualcuno si innamorerà di lei, Enea l'abbandonerà per fondare altrove una nuova Troia, Aiace la violenterà, Agamennone la rapirà per scaldarsi il letto. Così, adesso, nella fortezza di Micene, davanti alla porta dei leoni, la veggente aspetta solo il pugnale di Clitennestra. E intanto smista le immagini, tenta spiegazioni, fa «la prova del dolore. Come il medico punge un arto per verificare se è insensibile, così io pungo la memoria», ed ecco i fantasmi: Ecuba e Priamo, genitori e sovrani, i fratelli e le sorelle, l'inesistente Elena, per cui si è combattuto, l'odiata Pentesilea, uccisa e oltraggiata da Achille «la bestia», perché, in guerra, l'unica arma efficace è «straziare la donna per ferire il maschio»...
In uno spazio disadorno, tra un altare, un carro e un baule, si muove la eggente: Marinelli è una Cassandra ombrosa, androgina, vergognosa della propria bellezza e del proprio dono, prigioniera di una casacca nera, quasi camicia di forza, e di un paio di anfibi. Accompagnata dall'evocativa partitura musicale di Gionata Bettini, l'attrice Premio Ubu (unica quest'anno ad aver bissato il successo della passata stagione) restituisce tutta la sofferenza, la passione dell'eroina sciagurata, e commuove, soprattutto quando si fa scultorea e algida, come le tremende parole della Wolf, non quando indugia nella tristezza. La tragedia non è mai triste: «lo ero famosa perchè sopportavo il dolore. Non facevo una smorfia. Non piangevo». Solo Achille, «quando non combatte, piange», scriveva Hélène Monsacrè in un celebre saggio. Ma lasciamo le lacrime alle bestie, che non sanno l'ineluttabilità.

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