ELFO PUCCINI: L'importanza di essere Wilde

Una vocazione scenica che fa quadrato attorno al carisma a contatto coi giovani, il teatro Elfo Puccini l'aveva già messa in mostra nella parabola del professore di cordiale indole gay di The History Boys di Alan Bennett, e ora testimonia una volta di più un'attitudine drammaturgica, civile e di équipe con Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde dell'americano Moisés Kaufman, ricostruzione dell'odissea giudiziaria che segnò le sorti personali e artistiche del genio irlandese accusato di omosessualità dal moralismo vittoriano. Catturante, irrequieto, appassionato, lo spettacolo mette in piazza il calvario in tribunale di un uomo protagonista di avventure giuridiche nel 1895 per i suoi orientamenti intimi, e per la coerenza nel sostenerli apertamente in un Regno Unito dove fino al 1954 il vero scandalo sarà costituito dalla pena carceraria inflitta agli omosessuali (vedi le traversie di Alan Turing, che finì suicida). Il valore di un conflittuale e commovente testo come Atti osceni è quello di documentare l'ipocrisia benpensante di un'opinione pubblica che osteggiò Wilde anche a dispetto del grande successo delle sue pièce. Noi spettatori siamo in un'aula di giustizia, alle prese col contenzioso legale nato dall'affronto che Lord Queensberry, il padre di Bosie, il ragazzo amato da Wilde, riserva allo scrittore, indirizzandogli un biglietto inequivocabile ("Oscar Wilde si atteggia a sodomita"), al quale il dandy de Il garofano verde reagisce con querela il cui effetto non tarda a ritorcerglisi contro, per via di compromettenti giovinastri chiamati in causa a riferire dei loro pregressi rapporti mercenari con lui. La dignità, l'arguzia, lo spirito socratico con cui il Wilde magnificamente impersonato da Giovanni Franzoni (capace di flemma, e fulminei aforismi) s'imbatte in queste marchette assurte a "testimoni della regina" sono un pregio del copione che Kaufman ha ricavato da verbali e da opere wildiane come il De Profundis, o la poesia La Casa del Giudizio, nell'italiano di Lucio De Capitani. Le deposizioni in tema di "pratiche innaturali" ma anche la qualità della bellezza con echi di sonetti shakespeariani, i retroscena impavidi dello scrittore che non accetta mai di espatriare e che si sottomette a una colpevolizzazione politica, invocando l'amore che non può pronunciare il proprio nome, tutto è governato dall'umana, etica regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, un platonico presidio per la libertà d'espressione. Facendo leva su un cast di attori interpreti di più ruoli.

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