ELFO PUCCINI: Quel processo a Oscar Wilde in scena come un legal thriller

Fu il primo legal thriller della storia, diviso in tre atti: corte di Londra, addì 1895. I processi di Oscar Wilde (il primo intentato da lui per diffamazione contro il marchese di Queensberry, padre del suo amico Alfred Douglas; gli altri dalla Corona contro Wilde per atti osceni), con documenti istruttori integrati a reperti letterari, sono al centro del testo del 1997 di Moses Kaufman Atti osceni con cui il Teatro dell'Elfo debutta a Spoleto (14,15,16 luglio), annunciando la prima a Milano il 20 ottobre. «È il tassello di un discorso su Wilde da Salomè a Canterville all'Importanza di chiamarsi Ernesto — dicono i registi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia — vittima di una regale omofobia che aveva preparato l'agguato. Nel corso della frettolosa istruttoria, due mesi in tutto, veniamo a conoscere i vizi di una società ipocrita e colonialista. Ma si travalica il senso del processo che portò alla dura condanna, è un rito teatrale, come dice Tony Kushner, in cui si parla di arte, libertà, sesso e passione».

L'esercito vittoriano era pronto a sparare, c'era in ballo l'identificazione dell'uomo con l'artista, i vizi innominabili dei suoi personaggi, tanto che fu processata l'opera di Wilde, partendo dal Ritratto di Dorian Gray. «Non c'è stato un altro processo così emblematico — dicono i registi —. Era momento di clamori, con una nuova legge severa a causa di alcuni scandali, un bordello maschile, in cui fu coinvolto il fratello di Alfred Douglas, nipote suicida della regina Vittoria, sospetto di una relazione da segretario con il primo ministro nonché di essere Jack lo squartatore». Lo spettacolo, interpretato da Giovanni Franzoni passato per gli inferni di Bacon (Caro George, regia di Antonio Latella), sarà istruttivo e politico dove ciascuno dice la sua e l'azione si interrompe coi narratori: arrivano anche i ragazzi disponibili alle «molestie» (gli under 30 Edoardo Chiabolotti, Ludovico D'Agostino e Filippo Quezel) che per l'autore dovrebbero portare «intimissimi» vittoriani. Il pensiero si sposta a Pasolini: ogni riferimento non è puramente casuale, anche nell'inconscio sacrificale e in quel rapporto coi ragazzi che andava oltre il sesso. Dice Kaufman: «Mi interessava, date le diverse versione dei fatti, che la pièce che contenesse la molteplicità dei punti di vista».

Sir Wilde non fece come altri sospetti. Lui non volle fuggire anche se la condanna a due anni di lavori forzati era la sua morte civile e artistica. La moglie cambiò il cognome, gli passò 150 sterline al mese ma fu una grande vergogna, tanto che i beni di Wilde furono battuti all'asta e le sue commedie nel West End restarono in scena ma senza il nome dell'autore. Dice Frongia: «Ancora oggi il nipote di Wilde si chiama Holland, probabilmente riceve i diritti di autore di quel nonno che pagò il conto per tutti». In Atti osceni (8 sedie d'epoca, 4 sbarre, 9 attori, qualche parrucca coi ricci) i registi usano anche gli aforismi di Wilde. «Nella prima parte del dibattimento lo scrittore affinò le sue armi da salotto. Alla base di tutto c'era il discorso sull'artista, venne processata un'opera letteraria, ma il testo ha una presa teatrale emotivamente rapida, fortissima». Dopo la caduta e la condanna, ci fu l'esilio a Parigi dove pochi lo aiutarono (fra questi Andrè Gide che lasciò traccia in un libro): morì nel 1900, lamentandosi della carta da parati della brutta locanda. Ed è molto wildiano che gli Elfi usino in colonna sonora «God save the Queen» eseguita dai Queen.

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