ELFO PUCCINI: Alice underground e gli attori animati

In assoluto, non credo che la fantasiosa Alice underground realizzata all'Elfo-Puccini di Milano da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia costituisca una totale novità nella storia della compagnia: una certa tendenza verso il puro spettacolo musicale aveva caratterizzato molti degli spettacoli più significativi dei primi anni, dalle Mille e una notte a Helzapoppin alla versione cantata e danzata del Sogno di una notte d'estate, che aveva segnato il culmine di un percorso. E anche lo stile lieve, trasognato che impronta questa messinscena ha qualche illustre precedente: penso almeno a The fantasticks, musical "da camera" che Tom Jones e Harvey Schmidt hanno tratto, addirittura, da una romantica pièce di Edmond Rostand, e che lo stesso Bruni aveva allestito nell'83.

Certo, però, la formula adottata qui per accostarsi al capolavoro di Lewis Carroll è decisamente unica, e non soltanto per quanto riguarda il Teatro dell'Elfo: i due autori-registi hanno infatti inventato un sorprendente accostamento fra gli attori in carne e ossa – seppure abbondantemente forniti di maschere, di posticci, di apparati per l'amplificazione e la deformazione delle voci – e i cartoni animati che vengono proiettati senza sosta su tre fondali. Anzi, al di là del mero accostamento, gli attori si mescolano letteralmente ai cartoni animati, interagiscono con essi, entrano persino a farne parte. Le loro teste, i loro arti sporgono, talora, da buchi praticati negli schermi, provocando una spiazzante sovrapposizione fra i loro corpi viventi e le immagini artificiali.

Agli attori tocca il compito di dare vita alle figure principali del racconto, la piccola Alice, il coniglio bianco, il cappellaio matto, la lepre marzolina, il bruco, la duchessa, la regina di cuori, Humpty Dumpty. I cartoni animati servono, di primo acchito, a creare un orizzonte visionario dove volano numeri e bussole, pecore e frammenti di parole. Essi evocano fiabesche cucine che emettono nubi di vapore come locomotive, prodigiose foreste dai tronchi a righe colorate, che paiono le zampe di animali giganti, paesaggi di teiere e tazzine che salgono e scendono all'infinito. Solo i cartoni animati possono mostrarci la bambina che in un attimo cresce o rimpicciolisce, che si allunga a dismisura come un serpente, o che si moltiplica in otto riflessi speculari di se stessa. Ma questa rigida distinzione delle rispettive funzioni appare per molti aspetti eccessivamente riduttiva. Gli incantevoli acquerelli che Bruni – con insospettabile talento figurativo – ha pazientemente dipinto per mesi e mesi, e ai quali Frongia ha dato movimento col computer, determinano in realtà tutta l'atmosfera dello spettacolo, la sua architettura visiva, la sua cifra onirica, le sue risonanze interiori. I cartoni animati sono in questo caso la scenografia, sono il febbrile immaginario dell'autore, sono i miraggi, gli ambigui doppifondi di un testo inquietante e misterioso. Lo spettacolo, senza interpreti umani, sicuramente non potrebbe svolgersi, ma senza i cartoni animati sarebbe poca cosa, un'ossatura spoglia, priva di colore e di spessore emotivo.

La qualità dei disegni è raffinatissima, il clima in cui il tutto avviene sembra ironico, sorridente, improntato apparentemente alla fervida spensieratezza di un scintillante gioco artistico. In realtà, come spesso accade quando ci si avventura nei meandri del mondo infantile, si fa in fretta ad accorgersi che il suo tratto innocuo, la sua gradevolezza sono del tutto ingannevoli, che questa vorticosa discesa nei recessi di un ingegno allucinato risulta assai meno rassicurante di quanto non si pensi. La vicenda, i personaggi hanno di per sé dei contorni sfuggenti, a lungo andare un po' sinistri. Ma è la natura stessa di queste belle immagini che prolificano senza sosta, che paiono nascere l'una dall'altra, inesauribilmente, all'infinito, ad assumere a lungo andare un'invadenza sottilmente ossessiva.

Lo stesso, in qualche modo, si potrebbe dire del lavoro degli attori: Ida Marinelli, Ferdinando Bruni, Matteo De Mojana si prodigano a impersonare – coi loro costumi elaborati, coi loro estrosi travestimenti – una piccola folla di stralunate figurette che a una prima impressione si presentano tenere o buffe, ma che nella loro logica contorta, nella loro gelida mancanza di sentimenti rivelano una fisionomia fondamentalmente cupa, angosciante. Ciò vale in massimo grado per l'Alice della bravissima Elena Russo Arman: ha la freschezza, gli stupori di un'adolescente, ma con uno strano tono ambivalente, quasi con una segreta punta di sarcasmo, come a insinuare una piccola distanza fra la sostanza del personaggio e lo sguardo dello spettatore.

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