ELFO PUCCINI: L'Afghanistan più tragico in cinque quadri agili e veloci

Per impedire alla Russia di espandersi verso la Turchia e verso l'India, nell'Ottocento gli inglesi crearono a forza uno stato-cuscinetto prima di allora inesistente, l'Afghanistan, imponendo un sovrano scelto da loro e confini arbitrari agli abitanti di un vastissimo territorio montuoso e impervio, abitanti appartenenti ad almeno tre etnie diverse e divisi in parecchie tribù in perenne conflitto tra loro.

Neanche oggi, dopo quasi due secoli e quando la Gran Bretagna ha cessato di essere una protagonista, l'operazione dà segno di essere riuscita. Gli eredi dei suoi antichi e tenaci promotori tentano di spiegarne per sommi capi la tragica assurdità con uno spettacolo teatrale, procedimento che oltremanica, dai tempi di Shakespeare in poi, dà spesso frutti interessanti.

Nella versione originale Afghanistan: il grande gioco, così nell'adattamento diretto da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, consta di undici pezzi brevi di altrettanti autori; a noi ne vengono per ora offerti cinque, in una serata di circa 150' più intervallo. Sono rievocazioni-illustrazioni-spiegazioni di altrettanti momenti nella travagliatissima vicenda. Il primo si svolge negli anni 1840, quando gli inglesi hanno visto annientare dai «selvaggi» un loro corpo di spedizione, pochi superstiti del quale arroccati in una fortezza aspettano l'arrivo di qualche altro sopravvissuto. Nel secondo il secolo volge alla fine, e un emissario inglese illustra la mappa del neonato stato all'emiro che Londra ha scelto per guidarlo.

Nel terzo siamo negli anni millenovecentoventi, e il re Amanullah Khan, despota benigno che ha tentato di ammodernare il paese, è in fuga, momentaneamente bloccato dalla neve nella sua Rolls con la moglie Soraya (colei che morirà a Roma quarant'anni dopo). Nel quarto, più vicino a noi, la Cia inonda di armi e denaro il Pakistan perché questo alimenti a sua volta i mujaheddin che lottano contro i russi. Infine siamo nel 1992, quando i talebani fanno irruzione a Kabul e ammazzano ferocemente il dittatore Najbullah, erroneamente fiducioso nella protezione dell'Onu.

Nell'energico, a momenti fin troppo stentoreo allestimento all'Elfo, otto eccellenti attori (per tutti renderò omaggio alla sola Claudia Coli) danno breve e incisiva vita ai vari personaggi, in un agile impianto scenografico di Carlo Sala, con proiezioni che servono anche a introdurre e spiegare i vari episodi. Il risultato è ininterrottamente appassionante.

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