ELFO PUCCINI: IL GIOCO DELL'ELFO SI SPOSTA IN AFGHANISTAN

Sold out all'Elfo come non se ne vedevano da un po' a Milano, per un'avventura dimenticata al di là del Caucaso ma da sempre dolorosamente attuale, divisa in puntate come una grande serie TV storico-geografica. Non è Shakespeare e nemmeno Čechov, eppure tanti che non hanno avuto la lungimiranza di prenotare sostano in foyer sperando nelle liste d'attesa di Afganistan: il Grande Gioco, prima che il pubblico riempia del tutto la Sala Fassbinder – si spera in una ripresa, magari in Sala Shakespeare.

Quasi due secoli con mosse di pedine dal valore di migliaia di soldati, con spionaggi e controspionaggi di uomini che sapevano troppo, tutto per spartirsi questa terra di nessuno contesa tra inglesi, russi, americani – gli episodi di Enduring Freedom arriveranno la prossima stagione. Ma terra di nessuno in lingua occidentale sembra un'espressione senza significato: «Non permetteremo che nel mondo ci sia un buco» dice l'arrogante Sir Durand all'emiro Abdour Rahman nel più teorico e forse migliore degli episodi, La linea di Durand, scritto da Ron Hutchinson.

Ma in un gioco come si deve, bisogna dare il segnale di inizio: il prologo è Trombe alle porte di Jalalabad, affidato a Stephen Jeffreys, in cui la disastrosa ritirata degli inglesi del 1842 diventa premessa per un gioco senza fine e senza possibili vincitori. Ogni puntata è sistemata in un decennio diverso, ciascuna con il suo autore e la sua atmosfera. In mezzo la storia procede spedita nei chiari video di Francesco Frongia, didascalici in senso positivo, brechtiano.

Così c'è spazio per il dramma politico e coniugale di Questo è il momento di Joy Wilkinson, con l'illuminato emiro Amanullah bloccato con la macchina nella neve mentre fugge insieme alla moglie, o ancora per gli intrighi nazionali e internazionali mal diretti dalla CIA in Legna per il fuoco di Lee Blessing, fino a Minigonne a Kabul di David Greig, party a due sotto le bombe dei taliban in avanzata non resistibile.

Eppure basta dare un'occhiata alle 600 pagine di Peter Hopkirk, con cartine, ritratti di famigerati emiri e generali, per capire che le storie di questa regione sono molto più complicate di così. Questo sarebbe un problema se il progetto avesse soltanto un obiettivo divulgativo. Ma la narrazione prende da subito una piega persino ontologica, in senso doppio: da una parte geopolitico, di un paese che può esistere solo a patto di poterlo indicare sulla cartina, dall'altra anche teatrale. Così l'Elfo, mettendo in dubbio un assioma, supera quei limiti che spesso i teatri si impongono quando privilegiano le dinamiche psicologiche rispetto a quelle storiche.

Il pubblico è entusiasta. Ferdinando Bruni e Elio De Capitani erano forse gli unici in Italia con la sensibilità artistica per capire questo progetto nato al Tricycle Theatre di Londra – la traduzione è di Lucio De Capitani. E questa è la loro risposta a un'evidente urgenza-emergenza di informazione di questi anni, risposta data con un Teatro Politico con tutte le maiuscole possibili. Un teatro che vede l'attualità non solo come cronaca ma che cerca di interpretarla; un teatro che nota le somiglianze tra i titoli dei nostri giornali e quelli di un secolo fa e si mette in cerca di ragioni profonde e lontane, nel tempo e nello spazio. Il tutto con un buon cast su cui emergono Leonardo Lidi e Enzo Curcurù, capaci di evocare un'Asia senza tempo come personaggi di Prokosch.

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