O meglio, «convivenza artistica», come precisa nel corso di una calda conversazione telefonica incastrata tra i fusi orari e un albero caduto sui cavi elettrici che li ha tenuti isolati per un paio di giorni, «È una scelta prima di tutto di austerità, di autoriduzione delle ambizioni economiche. Ci sostentiamo con il nostro lavoro, grazie al pubblico che viene a vedere i nostri spettacoli e non riceviamo un soldo di sovvenzione pubblica. Ma ora con la vittoria di Morales le cose cambieranno». Un indio presidente della Bolivia non poteva che fare la felicità di Brie. «Sono entusiasta. La gente ha detto basta al modello neoliberale, alla corruzione, all’incapacità di chi guidava questo paese da decenni. Per Morales c’è stato quasi un plebiscito, in lui si riflette il senso della nostra lotta contro il razzismo e lo sfruttamento, a dimostrazione che la Bolivia è un paese economicamente povero, ma politicamente avanzato. Certo, ora la situazione è molto delicata, c’è pericolo di colpi di stato, restaurazioni violente. È una scommessa immensa, ma noi ci crediamo con quello che Gramsci chiamava l’ottimismo della volontà».
Apolide e ribelle, antagonista e testardo, esiliato per necessità e vocazione, a suo agio tra i minatori di Potosi come tra gli intellettuali dei festival europei, nei villaggi della Cordillera come nei teatri tutto velluto delle capitali occidentali, nei centri sociali di periferia come nelle università, i limpidi occhi saettanti e i lunghi capelli ora striati di grigio, Brie rischia di essere considerato un maestro, lui che ha sempre boicottato il dogmatismo pedagogico. «Quando ti vengono i capelli bianchi cominciano a chiamarti maestro. Ma i maestri vanno traditi, altrimenti si cade nel manierismo, nell’imitazione. Io amo i teatri diversi dal mio».
Nella vita di Brie il teatro c’è da praticamente sempre. Un amore che gli viene dal padre, libraio e sindacalista.
Le prime esperienze le fa con i gruppi politici di Buenos Aires, dove conosce Renzo Casali della Comuna Baires, che raggiungerà a Milano nel 1974 quando decide di lasciare l’Argentina della dittatura. Nel centro sociale occupato del quartiere Isola fonda un gruppo, il collettivo Tupac Amaru, conosce e lavora con Danio Manfredini, si getta senza rete nella stagione del teatro politico che invade le piazze. Fa mille mestieri, ripara caldaie, scarica camion ai mercati generali, ma soprattutto mette in scena uno spettacolo, A rincorrere il sole, la cui eco sale ben oltre i circuiti dell’underground. Un monologo di furibonda sincerità che commuove e fa parlare parecchio di quell’esule argentino che costringe il pubblico a un teatro necessario come un rituale.
Da quel momento la strada è segnata. Segue Grotowski alla Biennale Teatro e conosce l’Odin di Barba, con cui avrà un rapporto lungo, fertile e tormentato: «Gli devo moltissimo. Pur portando in grembo tutto quel che mi ha insegnato, a un certo punto ho dovuto allontanarmi».
Grande sodalizio. L’incontro folgorante è con Iben Nagel Rasmussen, storica attrice dell’Odin, che diventerà anche sua moglie, «la mia vera maestra, oltre a una tecnica straordinaria, mi ha insegnato l’etica dell’attore». Insieme fanno parecchi spettacoli, tra cui il memorabile Matrimonio con Dio (1982), ispirato a Nijinskij, con la regia di Barba. Negli stessi anni, Brie è anche uno straziante, bellissimo Artaud in un altro spettacolo dell’Odin, Talabot (1988) La lezione e il rapporto con Iben formano definitivamente l’anima teatrale di Brie, che decide di proseguire da solo. La sua idea di scena si sviluppa come trama di segni, figure, colori e musiche. Farina, pane e riso, petali di fiori e paglia, strumenti, marionette e maschere, preti attori e guerrieri. Simboli, corpi e gesti sempre più puliti e precisi a disegnare uno spazio magico che Brie vuole sencillo e non simple, «una differenza che la lingua italiana non prevede. Sencillo è qualcosa di chiaro, trasparente ma profondo, capace di arrivare a tutti. Non capisco chi disprezza il proprio pubblico, rivolgendosi solo a pochi eletti. È la malattia del teatro del primo mondo, che considera i suoi spettatori massa e non testimoni. Io preferisco farmi capire, provare a lasciare qualcosa a ognuno, anche se a diversi livelli».
Chi ha visto i suoi spettacoli degli anni post Odin, uno su tutti Il mare in tasca (1989) che, insieme al successivo Solo gli ingenui muoiono d’amore (1993), chiude una sorta di trilogia autobiografica iniziata con A rincorrere il sole, se li ricorda, anche se non li ha amati o li ha snobisticamente tacciati di naïveté . Se c’è una cosa che non si può rimproverare a Brie è la mancanza di disciplina. O di coraggio. Come quello che lo spinge nel 1991 a tornare in America Latina. Non nel suo paese, troppo europeizzato, ma nel cuore della cultura india, in Bolivia. Qui, con Naira Gonzales, fonda il Teatro de Los Andes, tra le mille difficoltà di un paese poverissimo e segregato, dove la scommessa ha il sapore dell’utopia. Ora, dopo quindici anni ostinati di teatro e resistenza, quella vecchia azienda agricola di Yotala con suoi tre ettari di terra è diventata una struttura efficiente: un corpo centrale, diversi nuclei abitativi, sale di lavoro, dotazioni tecniche, biblioteca, laboratori (ci fanno pure una rivista di teatro, El tonto del pueblo ), dove vivono dodici persone, tra adulti e bambini, comprese le due figlie di Brie, di uno e tre anni, avute dall’attrice italiana Mia Fabbri, che l’ha seguito in Bolivia. Senza contare le decine di ospiti, amici, compagni, in arrivo da ovunque per fare tappa in questo angolo di mondo da dove si riesce a guardare molto lontano.
Gli anni teatrali boliviani di César Brie significano soprattutto quattro spettacoli, nati da una ricerca antropologica di segno demartiniano praticata attraverso la convivenza con la popolazione india, la sua cultura, la tradizione orale, la mitologia, le lingue quechua e aymara: un grottesco Colón tratto dal Colombo a fumetti di Altan, nato come provocatoria anticelebrazione dei Cinquecento anni della scoperta dell’America (1992), un radicale Ubu in Bolivia (1994), ma soprattutto un’Iliade corale e potente, dove la guerra di Troia si fa metafora dei conflitti della contemporaneità in una danza di maschere andine. Un autentico “kolossal”del teatro di ricerca con trenta attori in scena per un epico affresco meticcio di pietas e violenza (2000). Per non parlare di I sandali del tempo (1995), esplorazione magica e struggente dei riti funebri e del mito andino della morte che non dimentica la miseria e l’aristocrazia proletaria dei minatori boliviani.
César e il suo gruppo internazionale, fedeli alla loro anima nomade, sono viaggiatori instancabili. Anche per realistiche ragioni economiche, «un mese di tournée in Europa ci dà da vivere per sei mesi in Bolivia», chiarisce pragmatico Brie. In questi giorni sono in Italia per un lungo giro che comincia a Modena (Teatro delle Passioni, emiliaromagnateatro) con due spettacoli recenti, Fragile (28 febbraio-12 marzo) e Otra vez Marcelo (28 febbraio-19 marzo, e subito dopo, dal 21 marzo al 2 aprile, al Teatro dell’Elfo di Milano). E se il primo gioca con delicatezza sul confine tra infanzia ed età adulta con i suoi riti di passaggio, il secondo, che Brie interpreta con la compagna Mia Fabbri e a cui tiene moltissimo, è un omaggio a Marcelo Quiroga Santa Cruz, intellettuale e militante boliviano ucciso dopo il colpo di stato del 1980. «L’Italia è la mia seconda patria, è stata casa mia per sette anni, quando non potevo varcare la frontiera perché non avevo i documenti. Sono sempre felice di tornarci, alcuni degli amici più cari sono italiani. Il 9 aprile spero di festeggiare con loro l’uscita da uno dei periodi politici peggiori di questo paese. È imbarazzante quanto il benessere instupidisca la gente».
A cinquant’anni César Brie è più pacato, ma resta uno spirito inquieto. Uno che ha più dubbi che certezze, e che dopo trent’anni di teatro ha ancora orrore dei compromessi e dei cliché. Intanto, dopo la tournée italiana, si torna in Bolivia dove c’è parecchio da fare. Per esempio, pensare allo spettacolo con cui, molto probabilmente, il Teatro de los Andes in agosto inaugurerà l’insediamento dell’Assemblea Costituente della nuova Bolivia di Evo Morales.