Leonardo, dal 22 gennaio al 10 febbraio 2008
Mein Kampf
di George Tabori
traduzione Umberto Gandini
regia Egisto Marcucci, Elisabetta Courir
drammaturgia Egisto Marcucci
con Marcello Bartoli, Dario Cantarelli, Dorotea Aslanidis Teodoro Giuliani, Michela Mocchiutti
scene Graziano Gregori
costumi Carla Teti
suono Hubert Westkemper
produzione Compagnia di Teatro I FRATELLINI
Bartoli-Cantarelli-Marcucci

meinkampf

Scritto nel 1987, questo testo vanta in Italia un importante precedente: venne infatti allestito nel 1992 al Mittelfest di Cividale del Friuli per la regia dello stesso Tabori. Oggi l’edizione dei Fratellini segna il ritorno alla regia di Egisto Marcucci, dopo un lungo periodo di forzato allontanamento dalla scena. Si ricostituisce così il terzetto che ha segnato la nascita della compagnia dei Fratellini nel 1995, con la memorabile edizione delle Sedie di Ionesco. La cifra umoristica, che caratterizza i loro spettacoli, torna anche qui, ma con toni decisamente spietati, con battute feroci alternate a improvvisi squarci poetici per raccontare un universo in cui il male riesce a presentarsi con una credibilità accettabile: è la banalità del male, la realtà effettuale dell’assurdo, dove l’unico modo per salvarsi è il rovesciamento dei valori. Mein Kampf offre, anche in coincidenza della Giornata delle Memoria che si celebra il 27 gennaio, un’occasione per riflettere sulla tragedia della Shoah e sui motivi che Tabori riconduce ad essa: oltre all’antisemitismo, il tema, più generale, della discriminazione e della paura di ciò che è percepito come “altro”. Il modo in cui l’autore affronta questi argomenti è, inoltre, controcorrente rispetto a gran parte della letteratura della Shoah e ha dato spunto a numerose discussioni: Tabori sceglie infatti, per il suo “teatro della memoria”, elementi grotteschi e ricorre a un umorismo spesso nero e macabro, ma più spesso sposa il Witz della tradizione ebraica.

«”È una storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”. Con queste parole, stampate sul programma di sala del Burgtheater dove nel 1987 debuttò Mein Kampf, George Tabori lanciava una nuova provocazione al pubblico viennese.

Anche quella volta fu un successo e l’opera, definita dall’autore “una farsa teologica” sarebbe diventata il suo testo più noto e rappresentato nel mondo. Nell’arco della “grande storia d’amore”, che si svolge a Vienna all’inizio del secolo scorso, assistiamo all’incontro tra Shlomo Herzl, uno squattrinato libraio che sogna di scrivere un libro sul senso dell’esistenza – e quindi l’esatta antitesi dell’ebreo materialista e usuraio – e il giovane Hitler, giunto nella capitale dalla provincia per sostenere l’esame d’ammissione all’Accademia di Belle Arti. Hitler, supportato da Himmlisch (chiaramente Heinrich Himmler), temendo che i suoi piani di conquista del mondo vengano svelati, pretende che Slomo gli consegni il romanzo tanto atteso, appunto Mein Kampf; e quando Herzl, messo alle strette, dichiara che il libro esiste solo nella sua testa, è costretto ad assistere al sacrificio della gallina Mitzi che viene fatta a pezzi sotto ai suoi occhi e cucinata in una “deliziosa salsa di sangue” – macabra anticipazione dello sterminio che di lì a poco colpirà l’umanità.

Con molte delle produzioni di Tabori, Mein Kampf è un collage che lavora per ibridi e contrapposizioni, con citazioni che rimandano a Chaplin, allegorie barocche come la raffigurazione della Morte, incursioni nel Faust ed echi della tradizione ebraica e ashkenazita».
(dalla nota di Laura Forte in George Tabori, Mein Kampf, Einaudi, 2005)

«In Germania un recente film sulle ultime ore del dittatore nazista, interpretato da Bruno Ganz, ha sollevato un vespaio di polemiche. La principale accusa mossa alla pellicola e al suo interprete è quella di aver presentato il criminale tiranno con tratti troppo umani. Curiosa argomentazione. Chi dovrebbe essere stato Adolf Hitler se non un uomo? Sì! Il mostro nazista fu solo un uomo, con patologie tipicamente umane, l’abbrutimento di un’intera nazione fu umano, il comportamento di schiere di piccoli borghesi in delirio fu umanissimo, umano fu il comportamento sadico di tanti aguzzini che, smessa la divisa, tornarono alle loro piccole vite. (...)

L’ebreo, con la forza umoristica di chi è stato reso orfano dalla violenza dei pogrom e dalla ferocia di sbirri antisemiti, stravolge devozionalmente il Talmud e la Torah per accogliere benevolmente, con pietas ebraica, le farneticazioni nazionalistiche e razziali di un Hitler isterico, sessuofobo e misogino. Il futuro Fuhrer ci viene presentato come un ex bambino infelice, nato in una famiglia spietata, con una parziale origine ebraica di cui vergognarsi. E l’ebreo Tabori sa che non c’è scandalo in tutto questo. (...) Senza neppure accennarlo ci suggerisce che se non fosse stato per gli interessi e la viltà di classi dominanti europee irresponsabili, nutrite di marciume ideologico, sostenute dall’alleanza di ceti risentiti, assetati di ordine in difesa dei propri interessi di bottega e da secoli di cultura della supremazia, l’aspirante pittore diventato furente capopopolo si sarebbe trovato con la camicia di forza o, più benevolmente, imbottito di sedativi e neurolettici».
(dalla prefazione di Moni Ovadia)