Elfo, dal 6 al 18 maggio 2008
L’odore assordante del bianco
testo e regia di Stefano Massini
con Mauro Malinverno, Antonio Fazzini, Roberto Posse Fernando Maraghini, Massimiliano Paggetti, Roberto Gioffrè
scene di Laura Benzi
costumi di Micol J. Medda
luci di Roberto Innocenti
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana

«L’odore assordante del bianco è un testo claustrofobico, duro, che si legge tutto d’un fiato. Racconta del periodo che Vincent Van Gogh passò al manicomio di Saint-Paul-de-Manson in Provenza alla fine 1889. Ovvero la storia di una disperata sete di colore che si scontra con il bianco della struttura manicomiale. Tutto si svolge all’interno della stanza, di quella cella in cui fu rinchiuso il pittore in preda a isterismi e ad allucinazioni. Ma la forza del testo consiste soprattutto nella capacità di costruire una scena in cui il lettore spettatore è partecipe diretto dei fantasmi e dei deliri dell’artista, è ambiguamente accolto in una mente difficilmente decifrabile e sofferta. (...) Ma al di là della storia, ben strutturata e ordinata nel susseguirsi degli eventi, è soprattutto la capacità di disegnare la mente sfuggente e visionaria di Van Gogh – attraverso il nitore di una scrittura secca e limpida – a dare al testo quella forza necessaria per trasmettere un forte senso di angoscia senza cedere a pietismi o a quei luoghi comuni in cui sarebbe stato facile cadere».
Rodolfo Sacchettini

«Apparentemente sembra solo una storia di ordinaria follia, uno spaccato di vita reclusa nel manicomio-lager di Saint-Paul-de-Manson in Provenza (è il 1889 e il protagonista del testo è l’internato Vincent Van Gogh, qui alle prese con medici aguzzini, infermieri kapò gonfi di birra e pionieri della psicanalisi). In realtà c’è ben altro che l’Ottocento, il manicomio e il ritratto di un pittore famoso: con il pretesto di Van Gogh ho provato a farmi molte domande sul senso della nostra presunta lucidità (ovvero “normalità”). Ho provato a chiedermi cosa significa essere sicuri di ciò che vediamo, sicuri di ciò che definiamo “la realtà”. Ho provato a crearmi dei dubbi, a mettere in discussione la certezza tassativa che i miei occhi, i miei orecchi, tutti i miei sensi non possano sbagliare. Se cominci a porti queste domande ti accorgi che tutto crolla».

DALLA RASSEGNA STAMPA:

Un buon testo perde spesso molte qualità durante il suo percorso verso la scena: ma stavolta non è così, perché il Massini regista vigila e garantisce unità d’intenti; attento alla parola detta, alla plasticità dei dialoghi e al rapporto che questa crea con la verità del personaggio, si preoccupa di scavare dentro un’anima incapace di capire se stessa prima ancora della realtà da tradurre sulla tela. Tutto senza retorica da maledettismo, grazie anche al secco studio d’artista che disegna Mauro Malinverno, tanto convincente nella materiale irruenza.

Sergio Colomba, La Nazione

Assistiamo qui a uno scontro titanico tra la mente e il corpo: ma – ecco il pregio del testo che ha vinto il Premio Tondelli 2005 – la mente non è, come d’istinto si sarebbe portati a credere, quella di Van Gogh, colto all’età di trentasei anni durante l’internamento nel manicomio, bensì quella del fratello Theo. È in questo spiazzamento, addirittura onnivoro, la fonte dell’energia drammaturgica che anima il copione.

Enrico Fiore, Il Mattino