ELFO PUCCINI: hard times

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È un momento particolarmente drammatico della nostra storia teatrale, personale e collettiva. La crisi che il mondo sta affrontando è paradossalmente globale e al tempo stesso individuale: da una parte, infatti, qualcosa che trascende la nostra volontà ci costringe ad affrontare un problema che non conosce confini e non distingue etnie, religioni, colore della pelle, a sentirci tutti abitanti di un unico grande paese chiamato Terra; dall'altra, reclusi nelle nostre case per lunghe giornate, ci immerge inaspettatamente in una specie di bolla spazio-temporale, in una dimensione di solitudine e di silenzio che ci sollecita a fare i conti con le nostre singole individualità.

Il Teatro dell'Elfo è vuoto, le nostre platee deserte, le luci spente. Come tutti i luoghi di spettacolo in Italia ha chiuso il sipario e al momento non sappiamo quando potrà riaprirlo. Eppure proprio in questa dolorosa circostanza, in questi giorni sospesi, sentiamo come non mai il potere enorme della nostra arte, la sua incontestabile necessità, la sua centralità nella creazione di qualunque società che voglia dirsi civile. Siamo costruttori di società e abbiamo doveri sociali, abbiamo rapporti stretti col territorio in cui operiamo, solidi rapporti con enti locali e istituzioni culturali che ci rendono coscienti delle grandi responsabilità che il nostro ruolo comporta, in quanto propugnatori di un'idea antica e al tempo stesso rivoluzionaria: la necessità imprescindibile dell'arte teatrale, della sua diffusione a tutti i livelli della società e del suo rinnovamento nelle forme e nei contenuti. Crediamo in una linea di incessante attenzione verso la drammaturgia contemporanea, a cui dedichiamo gran parte dei nostri sforzi e delle nostre risorse, anche attraverso l'attività di una specie di bottega artigianale in cui passare alle giovani generazioni gli strumenti del nostro lavoro, non attraverso una scuola, ma mediante la pratica del palcoscenico.

E comunicare è allora, in senso proprio, il verbo che ci definisce: stare insieme, frequentare un luogo comune capace miracolosamente di comprendere nei propri fluttuanti confini giovani e adulti, pubblico - nel senso di individui coi quali condividere un discorso - e artisti, le voci dei morti e le voci di chi ancora non è nato. Perché l'idea di società che emana dal teatro è, per sua stessa natura, estesa oltre i viventi. Il teatro è un ponte tra il passato e il futuro, dall'alto del quale possiamo guardare il presente da una distanza che forse ce ne permette una lettura. Le grandi, violente, a volte drammatiche sollecitazioni che ci arrivano dalle vicende del mondo contemporaneo devono a nostro avviso trovare spazio di elaborazione, riflessione comune e sintesi artistica all'interno del teatro e al teatro spetta il compito non scontato di cercare un linguaggio che trovi la strada per incidere sulle coscienze contemporanee attraverso i suoi antichissimi strumenti: l'emozione e la condivisione.

Dunque l'arte, il teatro, non solo denuncia, rivela per smascherare, polemizza, ma compie un lavoro più importante, più sottile: riannoda, ricostruisce, cura, coltiva, genera, crea, immagina, restituisce. Ci mette in contatto con le possibilità, ci spinge a superare l'empasse del postmoderno, del postdrammatico, per riprendere contatto con la storia e, in ultima analisi, con la vita. Certo, come dice Tony Kushner, «la questione della nostra relazione con la storia (sta nella) linea sottile tra l'essere inebriati dalla nostra possibilità di azione ed essere paralizzati dalla disperazione» e in questi giorni viviamo come non mai questo sentimento ambivalente, ma i nostri spettacoli di questi anni, raccontano di una vitalità e di una forza generatrice di idee, di lavoro, di entusiasmo e, perché no, di bellezza e speriamo siano capace di dare luce anche a questi giorni difficili e bui.

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